A Damasco le democrazie occidentali stanno perdendo il loro onore. O forse l’hanno già perso.  Ancora martedì scorso sono state uccise diciassette persone. Il rapporto dell’Alto Commissario delle NU per i Diritti umani, pubblicato qualche giorno fa, afferma che sono state uccise 5000 persone dall’inizio delle rivendicazioni del movimento di contestazione,  a marzo scorso. Quello che è scritto nel Rapporto fa rabbrividire: arresti, torture, atrocità inimmaginabili sui bambini. Pura ferocia.

Nel frattempo, le Grandi Nazioni giocano al Consiglio di Sicurezza delle NU una sorta di partita a scacchi per capire se si può, o meno, firmare una Risoluzione che condannerebbe il Presidente Assad e i suoi uomini. Non è forse un po’ tardi per le parole? Non si dovrebbe passare ai fatti? Certo un’altra Libia è difficile da digerire e un organismo come l’ONU, incaricato di assicurare la pace, si trova in difficoltà a dover decidere su un provvedimento così pesante neanche un anno dopo il voto della No Fly Zone . Certo è stato meno difficile convincere Paesi arroccati sui propri principi come Cina e Russia, davanti alle  promesse di ‘fiumi di sangue’ da parte di un Gheddafi che davanti alla lucida follia di un Assad che alla televisione americana dichiara, con una freddezza inquietante che è all’oscuro di qualsiasi violenza, perché “solo un pazzo farebbe sparare sul suo popolo”. Sembrerebbe che gli si creda sulla parola visto che nessuno fa niente.

L’Europa si è impegnata a convincere Medvedev ad approvare almeno delle sanzioni contro Damasco. Ma l’Europa si muove con difficoltà, a rilento, i suoi leader troppo occupati e preoccupati dai problemi di casa loro. Le democrazie sono intralciate dalle loro stesse regole, i loro contro-poteri,  le opinioni che vanno ‘gestite’. Obama, ad un anno dalle elezioni, non è nella posizione giusta per chiedere l’invio di truppe in Siria, quando ha avuto serie difficoltà a ritirare i suoi dall’Afghanistan e ha appena riportato a casa i suoi uomini dall’Iraq. Sarkozy, si ritrova con le mani molto più legate di nove mesi fa. E soprattutto in Siria non c’è il petrolio, il gioco non vale la candela. Ecco perché tutti mentono sull’importanza delle sanzioni economiche, sanzioni che difficilmente impediranno alla repressione siriana di continuare il suo gioco al massacro.

All’improvviso la Risoluzione ‘a sorpresa’  della Russia. Perché questo ‘cedimento’ di Putin? Nella psicologia russa, non si cede mai alle pressioni. Da mesi, gli occidentali vogliono una condanna alla Siria. Da mesi, la Russia si fa desiderare. Per capire questo atteggiamento, bisogna ricordare che la politica estera russa passa dal Consiglio di Sicurezza. Da 15 anni, ripete che è lui che deve gestire i grandi problemi. Non ha mai digerito l’intervento americano in Kosovo nel 1999 e in Iraq nel 2003, interventi avvenuti senza il suo avallo. Con la Siria ha trovato il modo di riprendere in mano la situazione lasciando gli occidentali con il fiato sospeso. Nel riprendere in mano la situazione ora ha voluto dimostrare l’umanità della Nazione Russia (come rimanere insensibili al rapporto delle NU?) e soprattutto è un elemento di diversione davanti alle critiche dell’Occidente sulle elezioni russe. Parlare della Siria implica non parlare della Russia. Ricordiamo che i russi sono abili giocatori di scacchi, nulla è lasciato al caso. Il testo della Risoluzione russa sembra più un avvertimento ad Assad che una vera presa di posizione: “Calmati, e noi ti sosterremo ancora… “.

E la Cina in tutto questo? La Cina è preoccupata per l’immagine che le viene attribuita dai media occidentali: quella di sostenitrice di una repressione sanguinaria contro la rivoluzione popolare. Il Governo cinese è arroccato sulla sua decisione, convinto che l’opposizione ha tutti i diritti del Mondo a prendere le armi, ma che il sostegno popolare non è sufficiente affinché trionfi. Sono preoccupati anche per un possibile intervento  internazionale, fuori da qualsiasi mandato ONU. Si tratterebbe allora di una guerra di dominio alla quale la Russia difficilmente potrebbe opporsi. Finirebbe per essere un disastro per la Cina, non perché il nuovo governo cesserebbe di fare affari con lei, questo i cinesi lo escludono, gli accordi commerciali non si toccano, ma perché ci sarebbe una rottura del precario equilibrio in tutto il Medioriente in mano agli islamisti.

E se non si riesce a far niente? E’ la peggiore delle ipotesi, ma in realtà la fine della storia è già scritta. Il Regime non potrà sopravvivere in eterno sulla paura. Si era pensato per la Tunisia  e ancora di più per l’Egitto e le dittature sono cadute. Come possiamo pensare che un domani si discuta dell’avvenire del Medioriente con un tiranno che ha massacrato la sua gente? E’ impensabile. Ma la soluzione non sembra stare neanche nell’elusività propria della Realpolitik. La soluzione sta nel preferire l’onore all’orrore. Maggiore impegno della comunità internazionale nel sensibilizzare il mondo al dramma siriano.

Un esempio? Di fronte alle elezioni comunali di lunedì 12 dicembre, la parola d’ordine di Washington è stata di sostenere l’appello del Consiglio Nazionale siriano allo sciopero generale e al boicottaggio dello scrutinio. Questa linea è stata perfettamente rispettata dalla stampa occidentale e del Golfo. Per giustificare la sua posizione, la stampa  ha deciso di considerare queste elezioni ‘poco importanti’.  Ma c’è tanta incoerenza in tutto ciò. Non si capisce perché i rivoluzionari, pro-democrazia, si oppongano alle elezioni municipali, preludio di democrazia, anche se a livello locale. L’unica cosa che sembra essere importante è rovesciare i vertici dello Stato, anche se questo comporta sacrificare i principi democratici più elementari.

Per ora, a parte l’annuncio di Hillary Clinton che ha affermato di voler lavorare con la Russia su questo progetto, soddisfatta di vedere Mosca considerare che la violenza e la repressione della Siria vanno discusse in seno alle NU, non sembra che ci sia altro. Ed è una sconfitta per la democrazia.

© Rivoluzione Liberale

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