La crisi economico-finanziaria ha in pochi mesi non solo destabilizzato il quadro politico italiano, ma ha tolto ai cittadini punti di riferimento consolidati e questo trauma in molti casi non è ancora stato metabolizzato, rendendo l’opinione pubblica estremamente volatile e con un fondo di rancore generalizzato che cerca un capro espiatorio su cui sfogarsi. Che la situazione sia grave è ormai abbastanza chiaro a tutti, ma quanto sia grave e come la si possa affrontare e risolvere è campo per le più disparate e fantasiose speculazioni.

Innanzi tutto deve essere chiara una cosa, ovvero che la crisi dei debiti sovrani attuale, scatenata dal fallimento ormai praticamente avvenuto della Grecia, e conseguenza indiretta della crisi finanziaria del 2008 ha messo concretamente a rischio di default, ovvero di fallimento, molti stati europei. Tra gli stati a rischio l’Italia in pochi mesi è passata dall’ultimo al primo posto a causa dell’altissimo debito pubblico, ma soprattutto per la sensazione di inaffidabilità che è riuscita a dare a livello internazionale durante i sei mesi scorsi. Nei mesi scorsi l’Italia ha quindi rischiato seriamente di imboccare la china del default, con l’aumento vertiginoso dei tassi d’interesse dei propri buoni del tesoro, ovvero del proprio debito.

Che significa l’aumento dello spread e cosa significherebbe il default dello stato non è ancora molto chiaro a tutti, e le interviste delle Iene hanno dimostrato come non sia chiaro nemmeno ai parlamentari stessi. Tutti però capiscono cosa succederebbe se l’interesse sulle rate del proprio mutuo aumentasse di giorno in giorno a dismisura, ad un certo punto non sarebbero più in grado di ripagarlo, allo stato succede esattamente la stessa cosa col suo debito pubblico e con l’interesse sui Btp. Se lo Stato non riesce più a far fronte ai suoi impegni ne consegue un improvvisa carenza di liquidità, quindi non si è più in grado di pagare stipendi pubblici e pensioni, la sanità, i servizi e c’è un blocco dei pagamenti per le imprese creditrici. La conseguenza più prevedibile è un impoverimento drammatico della popolazione, fallimenti a catena di aziende, aumento esponenziale della disoccupazione e caos. Ovviamente questo è solo l’inizio e la Grecia oggi evita, al momento, conseguenze così catastrofiche solamente coi prestiti a fondo perduto dell’Unione Europea, della BCE e del FMI. In cambio però deve adottare misure draconiane di austerity, richieste da questi organismi, per ottenere quei prestiti. L’Italia si troverebbe invece in una situazione assai peggiore perché il fondo salva stati dell’UE è appena sufficiente, per ora, per un Paese delle dimensioni della Grecia, ma sarebbe assolutamente insufficiente per uno stato delle dimensioni del nostro Paese.

Ed ecco che si arriva alle fantasiose ricette di questi giorni, come l’uscita dall’Euro o il rifiuto unilaterale di pagare il debito, come alcuni dicono prendendo ad esempio esperienze come quelle di Islanda ed Ecuador che non hanno nulla a che fare con la situazione dell’Italia. Uscire dell’Euro per tornare alla lira vorrebbe dire una immediata svalutazione della valuta che i più prudenti analisti internazionali valutano tra il 40 ed il 50%.

La svalutazione ridurrebbe solo il debito interno, che si trasformerebbe in lire svalutate distruggendo i risparmi degli Italiani in primis, ma resterebbe in Euro o in Dollari per quel che riguarda il debito con l’estero, diventando improvvisamente del 50% più pesante. Questo ovviamente porterebbe immediatamente a stipendi bassi e prezzi altissimi, soprattutto delle merci importate, che nel caso delle materie prime per l’Italia vorrebbe dire tutte.

La benzina e il gas subirebbero un rincaro immediato almeno del doppio. La benzina, per essere chiari non costerebbe circa 3000 lire al litro come ora, ovvero 1, 70 Euro, ma 6000 lire al litro. Il fallimento e la povertà finirebbero per accelerare solo la loro corsa. Senza contare che svalutazioni così improvvise e pesanti possono innescare fenomeni incontrollabili sui mercati, come l’iperinflazione che negli anni ’20 portò il Marco tedesco a svalutarsi di miliardi di volte in pochi anni.

Passiamo all’idea, a mio avviso ancor più balzana, di rifiutarsi di pagare il debito (spesso accompagnato con l’augurio che questo faccia fallire le banche). Il rifiuto dell’Italia di far fronte al suo debito interno farebbe fallire le banche italiane che hanno grandi quantità di buoni del tesoro ed esproprierebbe gli Italiani dei loro risparmi, anch’essi in gran parte in buoni del tesoro, ma il capolavoro avverrebbe se l’Italia non facesse fronte al debito con l’estero. La reazione immediata sarebbe la chiusura di qualunque linea di credito internazionale, quindi il fallimento immediato, ma non solo, perché le grandi quantità di buoni del tesoro italiani posseduti da grandi banche europee e americane farebbe fallire queste banche, provocando danni colossali ai cittadini di quei Paesi che avrebbero un solo responsabile con cui prendersela, l’Italia. La reazione più moderata sarebbe la richiesta ai loro governi di boicottare l’Italia, di imporre dazi doganali altissimi alle nostre produzioni e di imporre sanzioni economiche. La reazione peggiore la lascio solo immaginare, in passato è stata, in casi analoghi, la guerra.

Oggi invece credo sia solo il tempo del sangue freddo e della razionalità con cui occorre affrontare la situazione nell’unico modo possibile. Innanzi tutto bisogna ridurre il debito pubblico e rassicurare i mercati sulla solvibilità del nostro Paese, secondariamente occorre rilanciare l’economia con privatizzazioni, liberalizzazioni e riduzione del costo del lavoro. Inoltre occorre a livello europeo battersi perché l’Euro sia salvato e preservato e si possa trasformare in una valuta normale, ovvero con una banca centrale con tutti i poteri di una banca di ultima istanza ed in grado, se necessario, di battere moneta, cioè di svalutare in modo controllato la valuta. Infine occorre omogeneizzare le politiche economiche e finanziare, nonché fiscali, dell’Area Euro, eliminando i conflitti di interesse tra stati membri di oggi. Questa è l’unica via per uscirne, una via difficile, che richiede sacrifici e rinunce a quote di sovranità nazionale, ma che non ha alternative. Occorre poi, a mio avviso, una maggiore democraticità e rappresentatività degli organismi europei, perché la cessione di sovranità non diventi anche cessione di democrazia.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI

2 COMMENTI

  1. Signor Angeli, le sue indicazioni sono tutte impossibili da realizzare, per ragioni squisitamente tecniche. Il trattato che l’ha istituita vieta alla Bce di finanziare gli stati con lo scoperto di tesoreria o sottoscrivendo obbligazioni pubbliche. Tradotto in soldoni significa che gli stati sono privi di sovranità monetaria e l’offerta di moneta non è determinata dalle loro decisioni, non possono pertanto nemmeno sostenere i corsi dei loro titoli pubblici. L’euro, in buona sostanza, è per gli stati che lo adottano una moneta straniera. Tutti i paesi dell’eurozona, ad eccezione della Germania, hanno ignorato sin dall’inizio le implicazioni di queste cruciali caratteristiche della moneta comune, e difatti hanno allegramente proceduto a indebitarsi senza tener conto che in caso di crisi l’unico aggiustamento possibile avrebbe imposto la cosiddetta ‘svalutazione interna’, ossia la flessione verso il basso di prezzi e salari. I tedeschi, che conoscono evidentemente a menadito le teorie della scuola monetarista, hanno invece bloccato da un decennio la dinamica salariale, conquistando anno dopo anno competitività rispetto ai loro concorrenti dell’eurozona e accrescendo anno dopo anno gli attivi della bilancia commerciale. Scoppiata la crisi dei debiti pubblici, che spinge i loro concorrenti verso la bancarotta, i tedeschi stanno cercando di massimizzarne i vantaggi. Sanno che ormai l’euro è kaputt e, fino ad allora, si sforzano di distruggere gli apparati economici degli altri paesi dell’eurozona, ossia dei loro diretti concorrenti, obbligandoli ad adottare politiche economiche procicliche che, da che mondo è mondo, hanno moltiplicato i disoccupati e ridotto gli stati all’insolvenza. Ammiro molto l’intelligenza e le capacità di Frau Merkel, benché bisogna ammettere che gran parte dei suoi successi sono semplicemente originati dalla rozza incompetenza degli altri governanti dell’eurozona, e con ogni probabilità farà del suo paese un’isola di benessere circondata da miseria e accattonaggio pubblico, ad esclusione forse della Spagna, perché a quanto pare il nuovo governo spagnolo correggerà la rotta smettendola con le politiche economiche suicide.

    • Convengo che l’Euro abbia i difetti di cui Damiani parla, e convengo che fino ad oggi sia convenuto molto più alla Germania che a tutti gli altri Paesi, ma non credo affato che un suo crollo giovi nemmeno ai tedeschi. Le implicazioni di un collasso dell’Euro o dell’uscita dalla moneta unica di uno o più stati membri innescherebbe reazioni globali difficili da prevedere ed impossibili da controllare, pure dalla Germania. Risanare i propri conti e ridurre il proprio debito è necessario, specialmente all’Italia che ha un debito enorme, per poter contrattare nei tavoli europei una correzione dei difetti di nascita dell’Euro di cui sopra. Non si può contrattare nulla se si è in posizione di estrema debolezza, con l’acqua alla gola e con la necessità di dipendere dagli acquisti di nostri Buoni del Tesoro dalla BCE come ci siamo trovati negli ultimi tempi. Occorre smettere con le politiche suicide, è vero, ed è per questo che occorre salvare l’Euro e correggerne i difetti, magari convincendo la Merkel che conviene pure a lei.

Comments are closed.