Tre fratelli. Tre destini. Saïd, Messaoud e Abdelkader, algerini di nascita, dopo essere stati cacciati dalla loro casa e costretti alla povertà dalle violenze perpetrate dai coloni francesi nel loro paese, decidono di intraprendere una nuova vita, separandosi l’un l’altro. Il primo si trasferisce a Parigi tentando la fortuna come impresario di boxe, il secondo si arruola con l’esercito francese impegnato nella guerra d’Indocina, mentre il terzo diventa uno dei leader del Front de Libération Nationale, il movimento per l’indipendenza dell’Algeria. Alcuni anni dopo però si ritrovano di nuovo assieme nella capitale francese, decisi a combattere, seppur con un coinvolgimento emotivo differente, per un’unica causa: la liberazione della loro oppressa e maltrattata Algeria dal dominio francese.

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2010, suscitando violentissime polemiche e manifestazioni pro-boicottaggio degli ex-combattenti francesi, e candidato come miglior film straniero agli Oscar 2011, Uomini senza legge dell’algerino Rachid Bouchareb narra in chiave storico-gangsterisica la delicata questione della decolonizzazione dell’Algeria, attraverso le vicende parallele e incrociate di tre fratelli, tanto uguali quanto contrari, tanto razionalmente diversi quanto sentimentalmente uniti nel solo scopo di raggiungere, hors-la-loi, l’indipendenza della propria patria. Il loro dramma, privato e familiare, fa pendant con il più ampio e complesso problema delle barbarie e delle atrocità delle guerre di decolonizzazione, che coinvolsero gran parte degli imperi occidentali nel periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Ed è infatti dal 1945, anno dei massacri di Sétif, durante il quale l’esercito francese represse nel sangue una manifestazione pacifica pro-indipendenza, che la pellicola ha inizio, per dirigersi, con coralità epica e acume storico, verso la tanto sofferta indipendenza del 1962.

La passione politica, e anche un po’ patriottica, trasmessaci da Bouchareb è decisamente coinvolgente e mai fastidiosamente esagerata, nel suo renderci con il giusto approfondimento psicologico-emotivo, la storia di una guerra dimenticata dai libri e totalmente sconosciuta ai più. Ingiustamente snobbata a Cannes. Bravò.

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