Di questi strani tempi in cui anche i ‘non addetti ai lavori’ hanno imparato – volenti o nolenti, bombardati dalle innumerevoli fonti informative alla tv, in radio o su internet – termini tecnici come spread, tassi, bund, Bce, un’ultima espressione resta ignota alla maggior parte, ma ancora per poco: credit crunch, la morsa del credito.

Nella teoria economica è il termine che definisce le fasi di scarsa liquidità bancaria che portano ad una sospensione, parziale o totale, dei prestiti, sia dalle banche alle imprese sia nel sistema interbancario. Nella pratica è la causa principale dell’immobilismo del settore produttivo che si vede tagliato fuori da quei finanziamenti che lo sostengono sia nel ciclo produttivo ordinario sia nel momento di necessità di investimenti straordinari. Una realtà con cui troppe aziende italiane si sono già scontrate in questo 2011 agli sgoccioli, ma che sembra essere solo l’antipasto per un 2012 ben più indigesto.

Lo annunciava, il 15 dicembre scorso, la stessa Confindustria, che dichiarava iniziato “l’inverno della recessione”, lo ha ribadito l’Abi (Associazione bancaria italiana) il 20 dicembre, con la previsione di un “quadro recessivo” per il 2012 seguito da una sostanziale stagnazione per il 2013, nonostante (o anche a causa di) la manovra salva-Italia del Governo. Previsioni che si stanno già, purtroppo, rivelando corrette, visto che i dati Istat, usciti ieri (21 dicembre) dimostrano una recessione dello 0,2% del Pil per il terzo trimestre di quest’anno.

A ‘salvare’ la situazione fino ad oggi sembra essere stata unicamente l’azione della Bce, che oltre alle iniezioni di liquidità fin qui effettuate, proprioieri ha lanciato un’asta straordinaria di rifinanziamento a tre anni con tasso all’1% per tenere in piedi il sistema creditizio. Ma la Bce stessa, gli economisti ed il mercato sanno che questo supporto non potrà durare in eterno, che più di quel tanto i tassi non potranno essere abbassati e che la propria credibilità come istituzione viene messa a rischio ogni volta che si prostra innanzi ai dettami del mercato.

In tutto questo, l’idea più semplice, che ormai comincia a circolare non solo tra i ‘non-addetti’, ma anche tra chi dovrebbe avere una più solida coscienza della situazione, è l’uscita dall’euro ed il ritorno alle monete nazionali; non è recente la notizia che alcuni istituti bancari inglesi abbiano commissionato molteplici studi su un possibile scenario senza-euro. Ma per numerose ragioni, lo spettro della recessione impallidisce a sua volta di fronte allo spettro della disgregazione dell’unione monetaria.

In primo luogo perché un ritorno alla moneta nazionale, volendola mettere su un piano estremamente pragmatico, richiederebbe delle tempistiche non brevi (l’opzione di uscire dall’Euro senza uscire dall’Europa non era nemmeno stata considerata negli accordi iniziali) e gli investitori avrebbero tutto il tempo di ‘transizione’ per spostare i loro asset altrove, nel timore (che diverrebbe realtà) che la Nazione in uscita possa non reggere il colpo.

Per i Paesi con le condizioni economiche più fragili (Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna… Italia e Francia) la possibilità di svalutazione della moneta per recuperare gli export può suonare come una buona chance di recupero, ma con una moneta svalutata sarebbe pressoché impossibile ripagare i debiti contratti in euro e si andrebbe inevitabilmente verso un default, che significherebbe il prolungamento della situazione di recessione e disoccupazione forse per il prossimo decennio.

Per i Paesi con le condizioni economiche più solide (Germania in testa, patria degli euro-scettici) le conseguenze sarebbero non meno gravi: un ritorno al Marco porterebbe ad un immediato apprezzamento della moneta, considerata forte, rispetto all’Euro ed avrebbe un effetto drammatico (una perdita calcolata nell’ordine del 10-13% del Pil) sulle esportazioni tedesche nella zona Euro, fino ad oggi galoppanti e garantite dalla stabilità della moneta unica (che invece non si apprezza facilmente).

Infine, bisogna ammettere che, per quanto grandi e solide le singole economie dei Paesi europei tornassero ad essere tali, paragonate a quelle di Nazioni immense come la Cina, la rampante India, il Brasile ed altre in avvicinamento ai ‘big’, sarebbero delle formiche sedute al tavolo dei giganti e l’Europa come insieme perderebbe una volta per tutte il suo ruolo nelle politiche geo-economiche mondiali. Tengano bene a mente questi fattori gli euro-scettici e coloro che decidono il nostro destino, sperando non si tratti delle stesse persone.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Ormai i giochi sono fatti e non ha senso sognare che l’euro sopravviva. L’unico dubbio che rimane riguarda chi farà il primo passo. I tedeschi hanno interesse a compierlo per ultimi, perché nel frattempo gli altri paesi dell’eurozona, vale a dire i loro diretti concorrenti, grazie alle politiche economiche procicliche che stanno attuando distruggeranno i propri apparati produttivi con ovvio vantaggio per la Germania.
    A questo punto l’unico sforzo intellettuale degno di considerazione deve concentrarsi su quale sia il modo giusto per sbarazzarsi dal cappio dell’euro. Naturalmente sganciarsi dall’euro con una conversione è poco pratico e avrebbe effetti di notevole gravità (fuga di capitali, per chi può permetterselo, e sin dall’inizio una svalutazione eccessiva della nuova moneta nazionale). Sarebbe invece opportuno che lo stato provveda semplicemente, dal momento che gli è sempre più difficile indebitarsi e la Bce non può finanziarlo con lo scoperto di tesoreria, a emettere biglietti di stato, o biglietti del tesoro, con i quali pagare le sue spese e dando ad essi pieno valore legale (accettandoli cioè a saldo delle tasse). Tutti i contratti già posti in essere tra privati, inclusi i depositi bancari, rimarrebbero denominati in euro e l’euro potrebbe continuare a circolare insieme ai biglietti di stato. Si verificherebbe in sostanza una concorrenza tra le due monete, libere entrambe di circolare all’interno della stessa nazione, un po’ come von Hayek suggeriva tanti anni fa. Come è facile immaginare, la legge di Gresham (la moneta cattiva scaccia la buona), opererebbe a tutto spiano e ognuno preferirà tenere in deposito gli euro e usare i nuovi biglietti di stato per gli acquisti. Il tasso di cambio tra le due valute lo deciderà il mercato. Se lo stato si farà prendere dalla frenesia tipografica e stamperà i nuovi biglietti a ritmi frenetici, di sicuro la parità con l’euro andrà a farsi benedire a velocità pari se non superiore.
    Gli unici contratti preesistenti da convertire nella nuova moneta, altrimenti l’intera operazione non avrebbe senso, sono quelli relativi alle obbligazioni pubbliche. Lo stato dovrà dichiararsi disposto a pagare alla scadenza i titoli del suo debito solo ed esclusivamente con la nuova valuta e sempre a un tasso di uno a uno con l’euro, salvo riservarsi il diritto di scegliere quali creditori pagare e quali no. Insomma, sarà una mezza bancarotta, ma gli stati che affogano nei debiti, come i drogati affogano nella schiavitù del vizio, non hanno scelta.

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