L’approvazione definitiva delle misure finanziarie proposte dal Governo Monti costituiva, come hanno ricordato politici, economisti, stampa, e in particolare esponenti e organi del PLI, un male necessario. Si spera, ma senza troppo ottimismo, che sia anche un male sufficiente. Come ha ricordato il Segretario del PLI, on. De Luca, i Partiti che hanno approvato la manovra in Parlamento, hanno dato prova di senso dello Stato, mettendo in conto e accettando un costo politico che, forse non inevitabile se le cose andranno meglio in un futuro non biblico, resta comunque serio, mentre le forze che vi si sono opposte, Lega e IDV, non hanno fatto che confermare ancora una volta la loro vera natura demagogica, populista e miopemente rivolta a grette preoccupazioni elettorali. Tra di noi, chi è che si aspettava di meglio da un Bossi, da un Calderoli, da un Di Pietro?

Come ha dichiarato lo stesso Presidente del Consiglio, tuttavia, il lavoro da fare resta enorme. Messi in salvo i conti dello Stato a breve termine, occorre ora affrontare e sciogliere i nodi di fondo che hanno portato, nei decenni, alla situazione nella quale l’Italia ha finito col trovarsi. Se questo non avvenisse, le sofferte decisioni di questi giorni e i sacrifici certo pesanti che esse comportano, farebbero venire alla mente la favola del bambino olandese che pensava di evitare l’inondazione turando con un dito la falla della diga. Diciamolo in altri termini: sarebbe come se un malato grave, alleviati transitoriamente i sintomi del male, si rimettesse allegramente a fare tutti gli sbagli che hanno determinato la malattia. Quali sono questi mali, lo si sa fin troppo bene: la politica spende troppo, moltiplicando incarichi, prebende e privilegi; la Pubblica Amministrazione, centrale e locale, si distingue per elefantiasi e inefficienza, sprechi e talvolta corruzione e va drasticamente ridotta e modernizzata nei suoi metodi, tanto amministrativi quanto di controllo (che in Italia sono particolarmente bizantini, costosi e inefficaci); l’economia soffre di mille ceppi, visibili e invisibili. Come diceva il vecchio Reagan, in materia economica lo Stato, invece di essere la soluzione, costituisce il problema. Questo non vuol dire che lo Stato vada disarmato e ogni regola abolita (si sa bene quali siano stati i risultati della “deregolarizzazione selvaggia”, per esempio negli Stati Uniti); vuol dire invece che la mano pubblica deve lasciare il privato protagonista dell’economia, liberandolo da inutili pastoie, creando le infrastrutture necessarie, ma mettendo anche i necessari paletti.

Il secondo aspetto va costituito da un effettivo e, per la prima volta, serio e radicale programma di dismissione del patrimonio pubblico, qualcosa che si annuncia regolarmente in Italia da decenni e si fa poco o male, con l’avvertenza che i ricavati non devono essere destinati alle spese correnti ma all’abbattimento del debito pubblico.

Il terzo e improrogabile dovere consiste nel rilancio della crescita economica.  Diciamolo subito: non si tratta di un compito facile per il quale basti il semplice buon volere, giacché lo Stato non dispone in questa fase del classico volano della spesa pubblica;  Lo utilizzi, tuttavia, nei limiti ristretti in cui fosse disponibile per lavori pubblici utili o necessari, saltando con un tratto di penna le pesantezze e i bizantinismi (e magari le resistenze settoriali) che vi fanno ostacolo, e soprattutto agilizzando al massimo l’uso dei fondi europei, che ogni anno rischiamo di perdere o di fatto perdiamo; sostenga meglio la ricerca scientifica e tecnologica; vada avanti senza ritardo sulla via delle energie rinnovabili; renda flessibile  il mondo del lavoro, senza guardare in faccia alle resistenze corporative: i sindacati non possono avere un potere d’interdizione: possono dire a fare quello che credono, ma non si accordi loro un potere che la Costituzione attribuisce non a loro, ma alle istituzioni elettive rappresentative dell’intero Popolo sovrano.

Poi c’é il fondamentale versante europeo: va da sé che un miglioramento anche netto della situazione italiana rischia di essere inutile se va a picco l’insieme dell’Europa, o almeno dell’Eurozona (una chiosa: se l’euro si svalutasse un poco non sarebbe poi un dramma). L’assenza inglese, l’abbiamo scritto su queste colonne, rappresenta in questa fase  un fattore positivo, i movimenti di Mario Draghi sono tempestivi e corretti, i propositi esposti dal nuovo Governo spagnolo  lasciano augurare bene, ma il dramma greco resta  irrisolto e la Francia deve stringere la cinghia in un anno elettorale. L’euro non va considerato ancora salvo, e l’integrazione europea per noi necessaria rischia di essere rimessa ogni giorno in questione e non andare avanti costituisce il modo certo per andare indietro.  Anche su questo fronte, dunque, il Governo Monti deve battersi con lo stesso impegno dedicato al fronte interno.

Credo che sia giusto e doveroso incalzare Monti e il suo Governo, come fanno i liberali, confermando loro tuttavia un credito di fiducia: certamente sanno quel che va fatto e sono tecnicamente preparati a farlo. Sanno che il loro posto nella coscienza degli Italiani e – usiamo la grande parola – nella Storia dipende da come lavoreranno nei prossimi mesi.  A loro, dunque, in questa fine di un anno tanto combattuto e conflittuale, sinceri auguri: il loro successo vuol dire il successo del Paese, il successo di  tutti noi,  il futuro dei nostri figli. E dunque: un 2012 migliore del temuto.

© Rivoluzione Liberale

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