Il 2011 rimarrà impresso nella memoria dell’Africa, nel bene e nel male. Tra le Rivoluzione del Mondo arabo e la creazione di un nuovo Stato, il Sud Sudan, ci sarebbero dovute essere nel continente africano non meno di 18 elezioni presidenziali, così come molte elezioni legislative. Non tutte però sono riuscite ad andare a buon fine.

Questa maratona elettorale è nata sotto una cattiva stella. In Costa d’Avorio, le elezioni Presidenziali previste per la fine del 2010, elezioni che dovevano mettere fine a 10 anni di guerra civile, sono sfociate in un’altra crisi che non ha potuto essere risolta che con la forza. Eletto nel Novembre 2010, Ouattara non ha potuto conquistare la poltrona Presidenziale che nell’Aprile 2011, dopo la sfiancante “battaglia di Abidjan” e l’aiuto decisivo delle NU e della Francia. Per Ouattara era l’unico modo di voltare pagina dopo un decennio perso, il “decennio Gbagbo”. Purtroppo ancora oggi l’atmosfera  tra “alleati” politici è funesta.

Si è temuto che questo scenario si estendesse a macchia d’olio sugli scrutini della regione. Per fortuna, dall’altra parte del continente, un’altra votazione ha entusiasmato il suo popolo. I Sudanesi del Sud sono riusciti a dire sì, con quasi il 99% dei voti, alla creazione del loro Paese. Sfortunatamente, questo fragile Stato, diventato indipendente il 9 Luglio scorso, deve ancora combattere con le unghie e con i denti per proteggere la sua autonomia perché i negoziati  con il Sudan i termini di suddivisione del debito, di controllo della regione petrolifera d’Abeyi, di uso della moneta e del tracciato della nuova frontiera non sono ancora giunti a termine. La speranza di riuscire a camminare da soli è immensa, ma il controllo dell’ex coinquilino è ancora molto pesante.

Le multinazionali e gli investitori guardano con grande preoccupazione la Repubblica Democratica del Congo, dove il giovane Joseph Kabila è uscito nuovamente vincitore dalle elezioni di fine Novembre. Con un sottosuolo ricchissimo in minerali di tutti i tipi e compagnie minerarie straniere pronte a sfruttarli, questo Paese, che paga ancora i postumi di una guerra durata anni, non trova un suo equilibrio.  Secondo i risultati “ufficiali”, Kabila avrebbe ottenuto il 48,97% dei voti, contro il 32,3% del suo “avversario”, Tshikesedi. Organizzato in modo caotico e approssimativo, questo scrutinio è stato tacciato di irregolarità e frode, costellato di minacce e sangue. Secondo Human Rights Watch, tra il 26 e il 29 Novembre, 18 civili sarebbero stati uccisi, di cui 14 a Kinshasa. A Londra, Parigi, Bruxelles, Toronto, manifestazioni di oppositori congolesi sono degenerate in violenza anti-Kabila. Ma forse sbagliano obiettivo. Più che con Kabila,  avrebbero dovuto prendersela con i partiti di opposizione che non hanno saputo presentare un fronte unito contro il Presidente uscente.

La comunità internazionale ha sorvegliato con particolare attenzione la Nigeria, il Paese più densamente abitato dell’Africa, dove si trovano importanti riserve petrolifere. Le elezioni si sono svolte nella calma, ricevendo il benestare degli osservatori internazionali, anche se rimane molto grave il problema della pirateria, dei rapimenti di occidentali e dello sfruttamento degli operai che lavorano agli impianti petroliferi. La grande isola, Madagascar, combatte continuamente contro l’instabilità politica. Andry Rajoelina ha preso il potere nel 2009 creando una sorta di “alto commissariato per la transizione”, dopo aver diretto il movimento di opposizione che ha portato l’ex Presidente alla fuga. Da allora le negoziazioni per arrivare ad uno scrutinio regolare falliscono continuamente. Previste per l’autunno scorso,  dovrebbero ora svolgersi nel Maggio del 2012. Gli elettori ugandesi hanno riportato in carica il loro Presidente Museveni, al potere da ben 25 anni. Il Presidente del Camerun Paul Biya proseguirà anche lui il suo “regno”, che dura da 29 anni, grazie ad una vittoria “a sorpresa” di uno scrutinio criticato, per le sue irregolarità, da Stati Uniti e Francia.

I motivi dell’arroganza di molti Presidenti? Gli stessi che funestano da sempre le elezioni in Africa: gli avversari dei Presidenti uscenti sono sempre in numero spropositato. Un harakiri programmato. Nel 2010 Togo e Gabon hanno subito la stessa sorte: dispersione delle forze. Anche in Senegal, “famoso” in Africa per la sua esperienza e competenza politica, è caduto in trappola. Siggli Senegaal, la principale coalizione di opposizione è appena andata in frantumi. Non c’è stata intesa sul nome di un candidato unico, così alle elezioni di Febbraio 2012, Moustapha Niasse e Ousmane Tangor  saranno entrambi candidati contro Wade. Su 33 Partiti che compongono la coalizione, 19 hanno scelto Niasse. Gli altri 14 si sono astenuti. Ma Tanor non ha ritirato la candidatura. Due grandi politici che si odiano cordialmente hanno mandato in visibilio Wade che non aspettava altro. I “vincitori” di molte di queste elezioni sono uomini che hanno fatto modificare le Costituzioni dei loro Paesi per rimanere al potere, sono riusciti ad affievolire l’opposizione e ad imporre quella che alcuni Africani chiamano ironicamente delle “democrature”.

Venire alle mani tra  avversari sembra  essere lo sport preferito sul continente. Questa quasi patologica incapacità delle opposizioni africane ad unirsi è dovuta sicuramente all’inesperienza, ma  probabilmente  anche all’inesistenza di un dibattito con salde basi incentrate su problemi fondamentali come la crisi economica mondiale, la mondializzazione stessa e il ruolo dell’Africa in un mondo in piena mutazione, l’unità africana dopo la morte di Gheddafi e soprattutto un insaziabile fame di potere. Tuttavia, alcuni Stati potrebbero riservare delle sorprese. Il Niger è stato il primo a stupire la comunità internazionale riunendo un’alternanza politica. Dopo un colpo di Stato militare avvenuto nel 2010, delle libere elezioni hanno permesso ad un civile di riprendere il potere in mano.

Le elezioni africane del 2011 sono la prova, anche se un po’ traballante, di come l’idea di democrazia stia evolvendo in un continente che non conosce il diritto di voto che da qualche decennio.  Certamente c’è ancora moltissima strada da fare, è evidente, ma è da lodare lo sforzo di chi, per secoli è stato considerato una non-persona.

© Rivoluzione Liberale

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