Tra tavolate rosso porpora – grondanti di leccornie e vini ad abundantiam – e commensali crapuloni appostati ai blocchi di partenza, allegri come non mai per i regali ricevuti sotto l’albero natalizio, non resta che il tempo per un fugace ‘cin cin’ cinematografico per rimembrare, in poche righe, i (pochi) film rilevanti (e non) di un intero anno che se ne vola via, tra gioie e delusioni, sorprese e rimpianti, ritorni e rinascite, ascese e cadute, speranzosi, come sempre, che l’anno venturo apporti maggior qualità. Cinematograficamente parlando, naturalmente.

Come di consueto, la quantità di pellicole mediocri ha superato di gran lunga le pellicole degne di essere riviste almeno una seconda volta sul grande schermo, quando non meritevoli di figurare tra la fitta coltre di polvere della propria cineteca casalinga. Ma questo 2011, più di ogni altro da una decina d’anni a questa parte, è stato a tutti gli effetti “l’anno dei film sopravvalutati”.

Partendo dalla Palma d’oro annunciata di quel simpaticone di Terrence Malick (assente, come da copione, alla premiazione), The Tree of life, pizzoso, quanto mistico viaggio alla ricerca del senso profondo della vita (con immagini degne del miglior documentario di National Geographic degli ultimi anni), sfiorante una quantità smisurata di tematiche, dalla religione all’esistenza, dalla famiglia alla resurrezione, senza mai approfondirne una in maniera convincente (ed essere comprensibile per gli spettatori sprovvisti di una laurea in filosofia applicata), nonché efficacissimo sonnifero per gli astanti in sala. Compresa la pletora di critici che hanno consumato le loro parker nell’intonare peana e ditirambi al “maestro inarrivabile” e che hanno continuato a farlo con il “genio incompreso” Lars Von Trier e il suo Melancholia, soporifero racconto sulla fine del mondo, con il nudo integrale di Kirsten Dunst come unica nota positiva.

Ma se dall’idolo danese di mezza critica mondiale, ci si poteva aspettare un film del genere, l’amarezza sopraggiunge nel veder Woody Allen ridursi a girare un film che potrebbe essere archiviato a pieno titolo nel genere “turistico”, Midnight in Paris, imbarazzante successione di postcards della capitale francese perfette per permettere agli spettatori di pronunciare frasi del tipo, “ah! ma quella è Notre-Dame! ah! ma lì abbiamo fatto colazione con un caffè e un pain au chocolat!”. E chissà quale sarà il risultato finale delle riprese romane. E per finire, passando al settore franco-italiano, da segnalare i pluri-osannati, ingiustamente, The Artist, ammiccante scelta di Michel Hazanavicious di girare un film muto negli anni 2000 con l’ovvia intenzione di finire dritto dritto sul red carpet 2012 (dove sicuramente riceverà una statuetta), Polisse di Maiwenn Le Besco, tormentato incrocio di vicende nella Parigi contemporanea, premiato per deliri sciovinisti a Cannes, e il nostro, attesissimo a Venezia, Terraferma di Emanuele Crialese, la retorica sulla Sicilia fatta a film.
Per fortuna, a salvare l’Italia dal cupo panorama cinematografico, è sopraggiunto il nuovo gioiello di Paolo Sorrentino, This Must Be The Place, presentato a maggio (assieme al deludente Habemus papam del tronfietto Nanni Moretti) tra le palme e i primi soli estivi del Festival di Cannes, avvolgente road-movie ambientato nell’America più profonda con un Sean Penn versione rockstar da antologia del cinema. 
Tuttavia, le vere sorprese sono arrivate dall’estero. Una sua tutte, Drive del danese Nicolas Winding Refn, senza mezzi termini il film dell’anno, adrenalinico noir-metropolitano girato in una Los Angeles seducente e tentacolare, da far impallidire la New York di Taxi Driver, con il laconico, ma romantico Ryan Gosling, attore dell’anno (anche protagonista dell’interessante Le idi di marzo di George Clooney) e l’affascinante Carey Mulligan. Anche protagonista di Shame di Steve McQueen, altra pellicola rimarcabile per raffinatezza stilistica e coinvolgimento narrativo con l’altro attore-rivelazione di questo 2011, Michael Fassbender, fresco vincitore della Coppa Volpi al Festival di Venezia.
In ultima istanza, è bene e fa piacere rimembrare la caporetto dei cinepanettoni, umiliati al botteghino rispetto alle consuete pretese economiche, con attori attempati e volgari, prigionieri della loro tediosa maschera, da lustri proposta e riproposta. La fine di un’epoca? Ipotesi azzardata, ma stimolata dai tempi e dai numeri.
Lunga vita al (grande) cinema!

© Rivoluzione Liberale

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