Se volessimo dare una definizione univoca a questo 2011 giunto alla sua conclusione, potremmo dire che è stato “l’anno dei conti”.

Non solo strettamente nei termini finanziari e macroeconomici, per quanto siano state le tematiche dominanti della stampa mondiale, ma anche in senso lato è stato l’anno in cui si sono fatti i conti con le vecchie impostazioni dell’establishment e delle vecchie regole di dominio, politico ed economico.

Nel mondo arabo si è visto come i sistemi di potere, spesso cristallizzati da decenni, siano andati in frantumi uno dopo l’altro sotto la pressione delle masse, a loro volta spinte in primo luogo dalle difficoltà economiche sempre maggiori.

Nel mondo americano è definitivamente crollata quell’antica certezza di superiorità e la sua posizione dominante sulla scacchiera mondiale è stata messa in dubbio prima dai mercati e poi dalle stesse agenzie di rating che per trent’anni avevano continuato a considerarla la patria della sicurezza economica.

Nel mondo europeo, forse per la prima volta dalla sua nascita, si sono compresi i limiti di un’organizzazione economica e fiscale lasciata per troppo tempo alla mercé dei singoli interessi nazionali, e l’arroganza della creazione di un sistema economico formalmente unito ma politicamente diviso ha portato ad effetti – primo tra tutti il rischio di default di alcuni paesi dell’area euro – originariamente nemmeno considerati.

L’Italia, nel suo piccolo, mancante la possibilità di svalutare la propria moneta, ovvero la cura a tutti i mali economici italiani dell’ultimo secolo e mezzo, si è improvvisamente trovata a fare i conti con oltre un ventennio di non-scelte economiche o di strategie fallite ma via via dimenticate, di liberalizzazioni puramente formali e di immobilismo della classe politica, trovandosi così ad essere l’ago della bilancia di un’Europa in bilico e per questo sotto la luce incrociata dei riflettori di tutto il mondo. Riflettori che hanno illuminato gli anfratti più bui del nostro sistema economico, svelandolo nella sua insostenibilità fatta di clientelismi, privilegi, scappatoie e condoni.

Nel corso di questo anno, la maggior parte della popolazione italiana ha letto, sentito, imparato termini tecnici dell’economia, impressi a lettere cubitali sulle prime pagine dei quotidiani, rimbalzati come un’eco che non perde potenza tra le televisioni, le radio ed i mezzi d’informazione online, che ne hanno fatto il fulcro dei propri articoli e servizi, mostrando come le macropolitiche solitamente intangibili ed estranee alla vita reale abbiano invece effetti che si diramano in ogni aspetto della quotidianità.

E’ stato l’anno in cui si è seguito l’andamento degli spread, del tasso di rendimento dei Bot e le innumerevoli variazioni delle manovre fiscali più dell’andamento del campionato di calcio, ed il primo anno in cui il termine default ha acquistato lugubre concretezza anche per noi.

Il 2011 per l’Italia è stato l’anno in cui la politica da salotto si è finalmente resa conto dell’importanza dell’economia, ed anzi è stato l’anno in cui l’economia stessa ha scalzato la politica per poi diventarla a sua volta.

Il passaggio di potere ad un Governo tecnico, condizione necessaria ma non sufficiente per risollevare la credibilità italiana, è stata l’ammissione finale dell’incapacità politica di gestire la situazione economica, per troppo tempo lasciata senza uno stimolo al suo rinnovamento, senza investimenti per l’innovazione e la crescita, che avrebbero potuto contrastare lo spettro della recessione che si profila per il 2012, rafforzato dalle misure prese dal nuovo esecutivo.

Ma è anche stato l’anno in cui l’Italia si è studiata a fondo ed ha riscoperto i propri punti di forza, il proprio ruolo non marginale nelle politiche economiche mondiali e la sua capacità di rispondere alle situazioni d’emergenza, nelle quali dicono che il nostro popolo sappia sfoggiare il meglio di sé.

E se l’ultima asta di Bot dell’anno, tenutasi proprio ieri, sembra alimentare questa speranza nelle nostre capacità di recupero, con i tassi scesi al 3,2% dopo il 6,5% di appena un mese fa, starà al 2012 il compito di stabilire una volta per tutte se saremo in grado di rimetterci in piedi, dopo l’anno più difficile dell’ultimo ventennio, forti di un bagaglio di esperienza difficile da dimenticare in breve tempo, ma con l’umiltà di chi ha compreso di non essere infallibile o inaffondabile, e pertanto è disposto a cambiare il proprio status quo in nome di un futuro migliore.

Come fioretto di inizio anno non sarebbe niente male.

© Rivoluzione Liberale

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