E’ lecito affermare che il 2011 sia cominciato all’insegna dello scontro fra il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi e la Magistratura (non certo una novità). Meglio dire nel segno degli attacchi del Cavaliere contro i giudici che – quando non sopraffatti da eccessi giustizialisti – nell’intento di fare il proprio lavoro chiamano il pluri-indagato di Arcore a presentarsi in tribunale per rispondere delle diverse accuse mossegli (tra le quali a fine 2010 si è aggiunta quella derivante dal ‘caso Ruby’). “Non c’è uno scontro istituzionale. C’è un’aggressione alla magistratura da parte di chi rifiuta il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge”. Lo dice il segretario dell’Associazione nazionale magistrati (ANM), Giuseppe Cascini, in merito alle polemiche sull’inchiesta dei pm di Milano. “Noi non siamo in guerra con nessuno, ma applichiamo la legge e chi non vuole che questo principio valga per tutti ci aggredisce. Aggressione che viene dalla politica e da alcuni organi di informazione nei confronti di singoli magistrati”. Quella dello screditare i pm sarà una tattica che Berlusconi adotterà per i successivi undici mesi. Anche quando, in marzo, si deciderà a fare una comparsata in aula, ma solo per ribadire di essere un perseguitato, “il più imputato della storia” e per questo i giudici “hanno speso venti milioni di euro”.

Di Berlusconi spicca anche la totale indisponibilità a instaurare un minimo di dialogo con le opposizioni. Una conflittualità con pochi precedenti. Atteggiamento che annulla le condizioni affinché il Parlamento possa svolgere almeno in parte il compito di legiferare e su qualsiasi materia, a dispetto dell’emergenza e di problemi veri: fra i tanti la famiglia, il lavoro, l’impresa. A tal proposito molto preoccupata è la Lega Nord la quale tenta di fare da mediatrice fra il premier e la minoranza. Comportamento interessato, quello del partito di Umberto Bossi, al quale importa soprattutto che la riforma federalista non si riduca a un ammasso di macerie. A costo di andare ad elezioni anticipate. Una scalfittura nel rapporto con l’alleato Popolo della Libertà.

Ma il premier miliardario si tappa le orecchie e, anzi, provvede a esacerbare gli animi. Chiede in continuazione le dimissioni di Gianfranco Fini dalla carica di Presidente della Camera e si incaponisce in una sfida personale contro l’ex alleato che ha abbandonato il Popolo della libertà perché non più in sintonia con gli obiettivi del ‘capo’. Naturalmente Fini non ci pensa neppure a lasciare il timone di Montecitorio e addirittura chiede che sia Berlusconi ad andarsene per permettere che il Paese torni ad essere governato come si deve. Il Pdl parla a più riprese di “situazione insostenibile”, la maggioranza comincia a traballare e il Cavaliere ‘mercanteggia’ con deputati disposti al cambio di casacca. Un’azione che dà i suoi frutti con la formazione del gruppo misto dei cosiddetti ‘responsabili’ (Movimento di responsabilità Nazionale) – ‘arruolati’ con l’unico scopo di non far cadere il Governo – il cui simbolo diventa Domenico Scilipoti, siciliano, già condannato per debiti e indagini per calunnia e documenti falsi, oltre che indagato per collegamenti con personaggi della ‘Ndrangheta. Il ginecologo messinese abbandona L’Italia dei Valori (pessima figura per Antonio Di Pietro) insieme ad altri due deputati del centrosinistra (Cesario e Calearo) e garantisce al ‘millimetro’ la tenuta della maggioranza.

Intanto vede la luce il definitivo Terzo Polo – o Polo per l’Italia, i cui primi vagiti s’erano sentiti già l’anno scorso – cui, dopo l’iniziale adesione, non fa più parte il partito di Fini, Futuro e Libertà per l’Italia (che rivendicava lo stampo laico della nascitura alleanza). Non a caso a comporre i Terzo Polo è innanzi tutto l’Unione di Centro (UDC) di Pierferdinando Casini (che soprattutto con Buttiglione ripudia la ‘decristianizzazione’), seguito dal soggetto politico che fa capo a Francesco Rutelli (Alleanza per l’Italia, API) e quello di Raffaele Lombardo (Movimento per le Autonomie, MPA). Un appoggio viene anche da Massimo Cacciari col movimento denominato Verso Nord (autonomisti) e dall’ex esponente del Partito Repubblicano Italiano, Giorgio La Malfa. Scopo del Terzo Polo è lanciare l’idea di un nuovo Governo di larga coalizione per dare il via alla fase post-Berlusconi (il motto è “meglio elezioni che tirare a campare”). Guarda caso è in calo la fiducia degli italiani nei confronti del centrodestra. La debolezza delle opposizioni è che restano divise sull’opportunità di tornare a votare. Quindi il Governo tiene e Berlusconi chiama “relitti” i componenti del nuovo sodalizio politico e si fa bello nel ricordare di aver “ottenuto sette fiducie”. Intanto, con le discusse Primarie del Partito Democratico, comincia un infuocato periodo pre-elettorale in vista delle Amministrative di maggio.

La questione Libica mette in grossa difficoltà il Governo Berlusconi, come se ce ne fosse stato bisogno. Il presidente del Consiglio tentenna sull’opportunità di appoggiare la decisione delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea di dare manforte – prima con l’embargo, poi con l’intervento militare – ai ribelli che tentano di sbarazzarsi della dittatura di Gheddafi. Un’emergenza nazionale che andrebbe affrontata con il massimo di coesione nella classe dirigente italiana e nella maggioranza in particolare. L’Italia è il Paese più esposto, visti gli intensissimi rapporti sempre coltivati con il regime libico, per gli approvvigionamenti energetici, per il volume degli interessi, per le questioni di sicurezza coinvolte (la possibile ripresa di massicci sbarchi dal Nord Africa). Insomma, la sospensione del trattato Italia-Libia non può bastare.

Il Pdl, come fosse ossessionato e senza altro cui pensare, insorge di nuovo contro il Presidente della Camera Fini. Si rivolge al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, protestando il fatto che l’ex leader di Alleanza Nazionale starebbe tradendo la peculiarità della sua carica super partes e facendo campagna elettorale a favore del Terzo Polo in vista delle elezioni amministrative. Gli schiamazzi dei berluscones non producono alcun risultato, se non quello di continuare a impantanare i lavori parlamentari dentro questioni di secondaria importanza rispetto alle emergenze del Paese. Fra l’altro, Fini ricorda che se qualche suo intervento vi è stato è perché “la campagna elettorale non è ancora cominciata. Quando entrerà nel vivo io non parteciperò”.

Lega e Responsabili (ma come non vederci lo ‘zampone’ del Berlusca) presentano un emendamento alla bozza di regolamento del presidente della commissione di Vigilanza sulla Rai, Sergio Zavoli, in cui i talk show televisivi vengono equiparati alle tribune elettorali e quindi obbligati alla par condicio e a spazi uguali per tutti, per i candidati sindaci o presidenti provinciali. Zavoli invece immaginava di affidare alle testate regionali i programmi di comunicazione politica per via della frammentazione del voto. Reazione di Michele Santoro, conduttore di Annozero: “Provvedimenti liberticidi, siamo pronti a una nuova mobilitazione”. Mentre Giovanni Floris (Ballarò) ricorda che “il Tar ha stabilito che i programmi di informazione non possono essere equiparati alle tribune elettorali” e dunque “perseverare è diabolico”. Inevitabile lo scontro anche in Vigilanza Rai.

Sempre in vista delle elezioni amministrative c’è ‘maretta’ a Milano dove la Lega Nord decide di appoggiare il sindaco uscente Letizia Moratti (dopo le accuse incassate di scarso impegno e appoggio alla candidata berlusconiana), ma chiede garanzie al Pdl affinché nel capoluogo lombardo si parli meno di processi e pubblici ministeri. Con riferimento alla necessità di darsi da fare molto di più per la città, la Lega consiglia all’ex ministro dell’Istruzione di farsi “un bel giro” per la metropoli “con un buon paio di scarpe di gomma e senza scorta”. Il clima non aiuta a far guadagnare simpatia presso gli elettori meneghini.

Sul pandemonio in Libia si incrinano sempre più i rapporti tra il Pdl e la Lega. Così come, a complicarsi, è l’intesa del partito berlusconiano con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, non per niente da sempre ago della bilancia fra il Cavaliere e il Senatur. E’ evidente che in un’annata afflitta dalla terribile crisi finanziaria, si tratta di un’evoluzione che va a tutto svantaggio dell’operato del Governo nel trovare al più presto soluzioni contro la recessione. Tuttavia, come gli conviene, Berlusconi finge che col ‘vecchio’ amico Giulietto tutto vada per il meglio e che con l’alleato Bossi le poche incomprensioni siano già risolte. E così la Libia continua a essere l’unico motivo di attività della politica italiana. Persino all’interno del Pd le posizioni sull’interventismo sono ambigue, tra coloro che tentano di far cadere il Governo proprio su questo punto e i più timorosi che temono che un’eventuale mozione in tal senso possa rivelarsi un boomerang. Il tutto mentre la disoccupazione galoppa e le famiglie hanno sempre meno soldi per campare.

Le elezioni amministrative di maggio si prospettano sempre più determinanti per la definizione dei rapporti di forza tra i partiti e nei partiti. Si tratta di un voto determinante per Berlusconi, ma rappresenta un test decisivo anche per il segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Infatti, se il Partito democratico riuscisse a espugnare Milano e a mantenere Napoli con un’eventuale vittoria dell’IdV De Magistris, la minoranza interna dovrebbe prenderne atto e il segretario potrebbe confermare la sua leadership una volta per tutte. A Bersani basterebbe anche un successo solo nel capoluogo partenopeo per riprendere fiato e arginare malumori e dissensi. In caso contrario è inevitabile che nel Pd si apra un confronto-scontro molto duro. Ma in particolare è il Cavaliere a dimenarsi di più. Come se sentisse puzza di sconfitta alle Amministrative (in particolare con la perdita di Milano e Napoli), Berlusconi fa già calcoli su tale eventualità e fa sapere di aver “già metabolizzato l’eventuale collasso” con il progetto della convocazione, prima dell’estate di una sorta di Stati Generali del Pdl. “Vedrete che vi stupiremo” si dice dalle sue parti per assicurare che il Governo andrà avanti, “sono in arrivo altri deputati nella maggioranza”. Dichiarazioni senza vergogna, va detto. E per non lasciar nulla di intentato il Pdl ipotizza anche un possibile cambio al vertice del partito, così, come se la cosa fosse credibile se non interpretandola come una messa in scena. Quella che poi sarà l’investitura di Angelino Alfano (ex ministro della Giustizia) quale segretario nazionale.

Al primo turno delle Amministrative il Pdl riceve la mazzata annunciata e quella dei ballottaggi sembra essere ormai solo una formalità per sancire il trionfo del centrosinistra in città del calibro di Milano (Moratti del Pdl, contro Pisapia di Sinistra, Ecologia e Libertà) e Napoli (Lettieri del Pdl, contro De Magistris dell’Idv). Napoli dove, comunque, è in vantaggio il candidato del centrodestra. “Servono i nervi saldi e serve soprattutto mettere le mani a una rivisitazione del programma di governo che coniughi rigore e crescita”, dicono i fedelissimi del Cavaliere. “A ciò va aggiunto un intervento per rilanciare il Pdl, per superarne le contraddizioni, radicandolo sul territorio e dandogli regole democratiche alle quali tutti devono attenersi. Insomma, non è il momento delle correnti, delle firme sotto un documento, ma quello di prendere di petto la questione: per difendere un leader carismatico come Silvio Berlusconi serve un partito forte”. E intanto il premier dà dei “senza cervello” agli ormai prevalenti elettori di centrosinistra.

Al termine delle votazioni dei ballottaggi, il 30 maggio arriva la vittoria annunciata di Pisapia a Milano e quella di De Magistris (un po’ meno scontata ma poi netta) a Napoli. Il centrodestra fa finta di niente, nonostante l’esito del voto dimostri che la maggioranza degli italiani ha cambiato direzione. Ma non c’è tempo, perché si pensa già ai quattro referendum abrogativi del 12 e 13 giugno, due sull’acqua (promossi dal Forum Italiano dei movimenti per l’acqua), uno sul nucleare e uno sul legittimo impedimento (entrambi svoltisi su iniziativa dall’Italia dei Valori). Ed è su questo appuntamento che giunge un’altra bruciante sconfitta per il berlusconismo. Come da molti anni ormai non accadeva il quorum (al voto il 50% più uno degli aventi diritto) è raggiunto per tutti i quesiti con la totale vittoria dei sì e la conseguente abrogazione delle norme vigenti. A esultare quindi, ancora una volta, è tutta l’opposizione, a parte quei partiti che si erano espressi per la libertà di voto. E ancora una volta, nel rispetto del suo ‘stile’, il Pdl cerca di sminuire l’importanza politica del risultato. Il sunto delle dichiarazioni post-voto è il seguente: “Non è un test per il Governo.  Questo referendum non ha valenza di contrapposizione tra maggioranza e minoranza, ci sono state posizioni molto trasversali”.

Superati i due importanti appuntamenti delle Amministrative e dei referendum, il tran tran della politica italiana non cambia. Il Governo continua a non concludere nulla, rallentato dai guai personali del Presidente del Consiglio e dalle difficoltà a tenere unita una maggioranza che comincia a perdere qualche pezzo. Il dialogo con le opposizioni è inesistente e questo impedisce un avvicinamento almeno intorno ai grandi princìpi e ai grandi obiettivi che vadano nell’interesse della cittadinanza. La credibilità italiana in Europa e nel mondo scende a livelli sempre più bassi. Ciò che è più evidente, com’è ovvio, è la perdita di tempo da parte dell’Esecutivo nell’approvazione della legge Finanziaria che stabilisca il modo in cui il Paese possa tirarsi fuori dalla crisi economica. Viste le turbolenze dei mercati, più che mai dovrebbe sprigionarsi un impegno di coesione nazionale di cui ci sarebbe bisogno per affrontare le difficili prove all’ordine del giorno.

Anche sulla Libia continua la divisione e la conseguente impressione di un’Italia incapace di stabilire una comune linea di intervento. In ballo ci sono gli impegni operativi delle Forze Armate italiane nei diversi teatri e la possibilità di una loro ulteriore qualificazione. In modo da consentire al Paese di mantenere, anche a fronte di una ridotta disponibilità di risorse finanziarie, il ruolo cruciale che di norma svolge a sostegno della sicurezza e della stabilità internazionale.

Finalmente il 15 giugno il Parlamento dà un’illusione di responsabilità e approva la Finanziaria che viene subito sottoscritta dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Da quel momento sarebbe spettato agli opposti schieramenti confrontarsi nel modo più aperto e concludente sulle scelte che restavano da adottare per rompere la morsa ‘alto debito-bassa crescita’ che tutt’oggi stringe l’Italia e per contribuire a un vigoroso rinnovamento e rilancio del progetto europeo. In tutto questo, invece, impazza la polemica sulla riduzione dei costi della politica (stipendi dei parlamentari, auto blu, ecc.), unico punto sul quale quasi l’intero firmamento istituzionale sembra ‘optare’ per un rinvio della decisione.

Sembrava fatta sulla manovra, ma nel giro di una quindicina di giorni il Governo pensa bene di sfornare un decreto sulle “misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo”, approvato dal Consiglio dei ministri: la cosiddetta manovra aggiuntiva. In un apparente riflusso di coscienza, i politici decidono di rientrare in anticipo dalle loro vacanze estive. Ciò non può cancellare il fatto che la maggioranza guidata dal premier Silvio Berlusconi abbia in modo clamoroso esitato a riconoscere la criticità della situazione e la gravità effettiva delle questioni. Le critiche piovono dall’interno del Paese e da tutto il mondo.

Il 5 settembre arriva l’ennesima operazione finanziaria, che dimostra la totale mancanza di coesione del Governo in carica. Proprio in questo momento vi è un allarmante segnale rappresentato dall’impennata del differenziale tra le quotazioni dei titoli del debito pubblico italiano e quelli tedeschi. Nell’emergenza più nera, tuttavia, la Lega Nord trova il tempo di tornare a parlare di secessione. Atteggiamento che – oltre che lo scollamento dalla realtà – dimostra una volta di più l’allontanamento dal Pdl che di tutto avrebbe bisogno tranne che di vedersi rovesciare addosso critiche derivanti da tematiche di inesistente interesse nazionale.

Gli scricchiolii del Governo Berlusconi sono sempre più stridenti, vista l’incapacità di intraprendere un’opera di risanamento e di fronteggiare le emergenze. Anche le impuntature dei fidi del Cavaliere cominciano a essere meno vigorose e si affaccia con decisione la possibilità di un cambio della guardia. Il colpo di grazia arriva con la clamorosa sconfitta alla Camera sul Rendiconto generale dello Stato. Una sorta di formalità che si rivela invece drammatica, anche grazie all’inaspettata assenza in aula del ministro Giulio Tremonti, il cui voto viene quindi a mancare. Berlusconi è furibondo e sembra ormai rassegnato alla capitolazione. E il 25 ottobre si incontra con Napolitano in Quirinale.

Mentre si parla di crisi economica senza precedenti il Governo arranca e perde pezzi. Alcuni parlamentari lasciano la maggioranza. Nel giro di pochi giorni Berlusconi verifica di non avere più i numeri alla Camera. E’ il Presidente della Repubblica ad annunciare le prossime dimissioni del premier, il quale rimetterà il suo mandato al Capo dello Stato, che procederà alle consultazioni di rito dando la massima attenzione alle posizioni e proposte di ogni forza politica, di quelle della maggioranza risultata dalle elezioni del 2008 come di quelle di opposizione. Napolitano, nel frattempo, nomina Mario Monti – il più probabile successore alla presidenza del Consiglio – senatore a vita. Di lì a pochi giorni il cambio di Governo viene ufficializzato col conferimento proprio a Monti dell’incarico di formare il nuovo Esecutivo. Tranne la Lega Nord, tutte le forze parlamentari accordano la fiducia al nuovo premier. Immediati i segnali positivi e di soddisfazione provenienti anche dall’estero e dall’Europa in particolare.

Come era inevitabile il Governo Monti elabora la classica Finanziaria ‘lacrime e sangue’ che scatena polemiche da parte di tutti, mondo politico, sindacale e società civile. In particolare si sentono colpite le classi meno abbienti. Nonostante ciò il Parlamento approva la manovra, battezzata ‘decreto salva-Italia’. Monti partecipa al suo primo vertice europeo in veste di Capo del Governo Italiano. Espone le strategie economiche dell’Italia e incassa l’approvazione dai partner continentali. Arriva Natale. Dopo aver trascorso la festività in famiglia a Milano, il premier è già rientrato a Roma per lanciare quella che viene denominata – anche se a lui non piace – la ‘Fase 2’. Martedì 27 si è svolto il Consiglio dei Ministri in cui sono state illustrate le principali indicazioni programmatiche. Il tutto con il fiato sul collo dei sindacati che, in questi giorni di festa, fanno sapere che al momento vedono “solo annunci”. E che, considerando tutt’altro che chiusa la ‘Fase 1’, insistono per modifiche sulle pensioni e patrimoniale e intimano a Monti di essere consultati, perché, avverte Susanna Camusso (Cgil), “se il Governo pensa di andare diritto lungo la sua strada, troverà ostacoli contro cui andrà a sbattere”. Il premier considera liberalizzazioni, lavoro ed ammortizzatori come riforme già inserite nel ‘decreto salva-Italia’. Ma si farà “robusto il lavoro della sua squadra per dare, da qui ai prossimi mesi, concreti segni di rilancio, con singole azioni dei diversi ministeri mese dopo mese. E fino alla fine della legislatura”. Oggi, 29 dicembre, la conferenza stampa di fine anno con il Presidente del Consiglio.

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