Durante tutto il 2011 incertezza e volatilità hanno caratterizzato l’andamento del mercato borsistico nazionale e internazionale. I dati che emergono dal bilancio annuale di Borsa Italiana sono poco piacevoli: la capitalizzazione di Piazza Affari è scesa a 333,3 miliardi di euro, pari al 20,7% del Pil, rispetto ai 429,09 miliardi del 31 dicembre 2010 (27,6% del Pil); mentre l’indice FTSE Italia all share ha fatto registrare una flessione del 25% su base annua.

I primi sei mesi del 2011 sono stati positivi per la Borsa che ha mantenuto un trend in rialzo fino a metà febbraio (+13%) per poi invertire l’andamento nel periodo compreso fra marzo e giugno (meno 10%). Durante i mesi estivi la crisi dei debiti sovrani europei ha avuto un forte impatto negativo sull’andamento del mercato: gli investitori hanno puntato i fari sull’affidabilità dell’economia made in Italy e la capacità dello Stato italiano di mantenere gli impegni con i creditori. Tutto ciò ha prodotto una forte flessione del listino che il 10 agosto è sceso sotto la soglia psicologica dei 16mila punti, mentre in autunno ha toccato il minimo intorno ai 14mila. L’ultimo trimestre, invece, è stato caratterizzato da un timido tentativo di correzione verso l’alto che si spera possa proseguire durante il 2012.

Alessandro Magagnoli, strategist di Financial Trend Analysis (Fta), in un’intervista rilasciata al Sole 24 Ore, ha osservato che «i minimi toccati a fine novembre a quota 14.367 dall’indice FTSE All Share, al culmine di una crisi politica di estrema gravità che ha portato a un cambio di governo e di fatto al commissariamento del nostro Paese da parte di Bruxelles, sono in realtà superiori a quelli del 23 settembre, collocati a 13.928 punti».

Questo mostra «un evidente rallentamento del trend ribassista (che ha comportato una perdita del 41,5% dai picchi di febbraio ai minimi di settembre) e, anche se sarebbe pericoloso parlare di inversione di tendenza prima di solidi segnali di conferma, è sensato mettere tra gli scenari possibili quello di una correzione significativa della precedente discesa».

La crisi che ha coinvolto i paesi periferici dell’Eurozona, i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), ha condizionato anche l’andamento della moneta unica rispetto alle principali valute mondiali. Tuttavia, il possibile tonfo del cambio euro/dollaro è stato mitigato dall’andamento a singhiozzo dell’economia USA nel primo semestre.

Nel periodo compreso fra gennaio e maggio l’euro si è considerevolmente apprezzato nei confronti del dollaro, portandosi dal minimo di 1,2908 del 7 gennaio al massimo di 1,4830 del 4 maggio. Il rapporto EUR/USD si è mantenuto intorno a quota 1,43 fino alla fine di agosto quando l’allarme Italia ha spinto in basso il cambio che è sceso fino a 1,3185 il 3 ottobre.

In seguito, i vertici internazionali e l’azione della Bce hanno consentito un’apparente inversione di tendenza che ha riportato il rapporto a quota 1,4183 a fine ottobre. Il trend negativo si è però confermato nell’ultimo bimestre quando l’euro ha proseguito la sua caduta riportandosi sui livelli di gennaio. Nonostante i dati sull’espansione del bilancio e della base monetaria della Bce, la moneta comunitaria ha perso terreno sul dollaro, portandosi a quota 1,2915 e, soprattutto, è calata fino a 100,72 yen, un livello abbandonato ormai nel giugno 2001.

Difficile dire se la flessione sia stata un pretesto operativo o l’inizio di un effettivo cambiamento di strategia degli investitori.

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