Tutti gli islamismi non si assomigliano. L’Occidente farebbe bene ad adattare la sua politica in funzione delle inclinazioni di ognuno dei Paesi coinvolti dalla Primavera araba.

Le autorità egiziane hanno annunciato un altissimo tasso di partecipazione – malgrado la continua violenza perpetrata – anche alla seconda tornata delle elezioni legislative, le prime del dopo-Mubarak. Anche se non sono state fornite cifre “ufficiali”, partito per partito, i partiti islamisti sembrano essersi assicurati il podio più alto. Proprio per questo successo, i partiti islamici tentano oggi di rassicurare l’opinione pubblica sui loro progetti.

Ora che i movimenti di protesta vengono violentemente riportati  “tra i ranghi” in Barhein e in Siria, i rivoluzionari dell’Africa del Nord (Tunisia, Libia, Egitto) sembrerebbero essere quelli che hanno ottenuto i maggiori successi dalla Primavera araba. Queste tre “rivoluzioni” hanno in comune non solo la vicinanza geografica, ma anche la presenza di movimenti  islamici a base popolare che beneficiano oggi di un’opportunità storica unica: governare. Ma gli “islamisti”, se vengono considerati  in Occidente come un unico blocco, sono in realtà molto diversi tra di loro. Se i dirigenti del Partito tunisino Ennhada (che ha vinto il mese scorso con il 42% dei voti nelle prime elezioni post-rivoluzionarie ) sono riusciti ad accorpare nel loro Programma un codice di eguaglianza dei sessi all’europea in una sorta di interpretazione “liberale” della sharia, alcuni islamisti radicali, membri del CNT libico, sembrano tenere molto al ripristino della poligamia come mezzo di controllo sociale. E se questi due movimenti hanno tutte le intenzioni di annichilire i resti di un inglorioso passato, i Fratelli Musulmani egiziani sembrano voler allearsi sempre più strettamente con una dittatura militare in piena rinascita.

Le proteste scaturite dalla Primavera araba nascono da situazioni diverse e fanno intuire esiti diversi. Non dimentichiamo che questi Stati hanno una personalità ben marcata, l’ingerenza praticata finora (anche se con discrezione) dall’Occidente non sembra costituire una minaccia per il loro futuro. Ancora pochi anni fa diversi osservatori americani sostenevano che le decisioni prese dagli USA in Nord Africa e Medioriente erano state troppo spesso influenzate dalla tendenza di Washington a considerare i Fratelli Musulmani e il movimento islamista nel suo insieme, come un monolite. Ma non è così, le sfaccettature di questa concezione essenzialmente politica dell’Islam, fa si che vada anche interpretata con attenzione particolare. Gli islamisti puntano ad uno stile di vita islamico, in uno Stato che trova nella religione Islamica i principi guida per regolarne la sfera economica, politica, sociale e ovviamente religiosa. Non è religione allo stato puro.

In Libia, i nuovi dirigenti contano nei loro ranghi molti veterani del Gruppo Islamico combattente in Libia (GICL) che, sebbene oggi sia sciolto, era una volta alleato di al-Qaeda. Se negli anni ’90 l’obiettivo principale era il Regime di Gheddafi stesso, le dichiarazioni dei suoi ex dirigenti mostrano che il movimento si iscrive in una Jihad molto ampia, con mire internazionali. Per ora, la società che nasce intorno a questa élite jihadista non ha attivisti politici sufficientemente esperti capaci di proporre una visione più costruttiva. L’assenza  in Libia di istituzioni civiche organizzate non vuole necessariamente dire che gruppi di questo tipo possano prendere forma, ma  è sicuramente un’ottima circostanza per i militanti bramosi di occupare per un momento il mercato delle idee.

In Tunisia, le elezioni di fine Ottobre, hanno dato a Ennhada la maggioranza relativa in seno al nuovo Parlamento. Ennhada  (uno dei grandi nemici del vecchio Regime) è riuscito, anche se in esilio, a sopravvivere e a svilupparsi. Gannouchi, il capo del movimento si è mosso molto bene dal suo rifugio londinese. I Liberali tunisini, rimasti nel Paese per tutti gli anni di “regno”  Ben Ali, non hanno convinto il popolo per non aver preso con più decisione le distanze dal Regime. Oggi Ennhada è l’organizzazione politica meglio strutturata ed organizzata del Paese, nonché la più popolare.  Dopo la vittoria, avrà senz’altro molte occasioni per  portare avanti la sua volontà di influenzare la trama della cultura musulmana tunisina. Ma contrariamente alla Libia, il Ennhada dovrà negoziare il suo programma culturale in funzione dell’eredità laica, molto salda, lasciata da Bourghiba prima e Ben Ali dopo. L’esempio della Turchia è per i tunisini un punto di riferimento fondamentale. Ora ci si chiede se riuscirà Ennhada a portare avanti la governance laica di Ataturk senza che la lunga mano del Golfo intervenga troppo.  Non dimentichiamoci che in ballo ci sono tanti finanziamenti.

In Egitto, dove il movimento dei Fratelli Musulmani si è sviluppato sul posto e non in esilio, gli islamisti “dominanti” devono fare i conti non solo con i rappresentanti dei partiti laici, ma con i salafiti, la cui visione “purista” dell’Islam porterebbe, secondo gli esperti, alla distruzione dell’economia egiziana. Mentre i Fratelli Musulmani lavorano da più di vent’anni su come conciliare tradizione islamica e principi di modernità, i salafisti considerano qualsiasi idea di democrazia e modernità come invenzioni anti-islamiche. Di salafiti ne è pieno il Medioriente, anche in Tunisia ce ne sono molti, ma è in Egitto che hanno stabilito delle isole privilegiate nelle periferie più povere dove sembrano raccogliere sempre più consensi. I Fratelli Musulmani sembrano lavorare con grande fiuto politico. Pur disprezzando i militari, mantengono stretti legami con loro, coscienti del fatto che il passaggio repentino ad un governo civile sarebbe pericoloso in uno Stato dove la società civile è stata soffocata per anni. Ma a che prezzo? Il sangue versato per la libertà è sempre troppo. Sembrerebbe anche che gli alti funzionari del movimento abbiano “aperto” all’iniziativa di pace araba sostenuta dall’Arabia Saudita, dichiarando che potrebbe servire loro come base per cominciare delle trattative con Israele e che non cercherebbero di annullare necessariamente gli accordi di Camp David. Il condizionale in tutto questo è d’obbligo.

In Algeria, dove la guerra civile ha fatto 150mila morti negli anni ’90, le strade rimangono silenziose. Nessuna figura islamista moderata è emersa sulla scena politica, non esiste un’opposizione Liberale abbastanza organizzata che riesca a far fronte all’autorità militare e il Gruppo Islamico Armato, jihadista, continua ad agire con la forza, perfino ad Algeri. In Marocco lo spazio concesso ai partiti democratici o moderati si è molto esteso da quando il Re Mohammed VI è al potere. Tendenza confermata dalla nuova Costituzione. All’interno dell’arena politica i partiti sono relativamente equilibrati e gli islamisti sono quasi “obbligati” a cercare l’aiuto dei Liberali per trovare posto in un qualsiasi Governo. Gli islamisti radicali esistono, ma hanno poche possibilità di emergere in modo repentino.

E’ fondamentale che l’Occidente impari a rispettare e conoscere tutte queste sfumature e far sì che il “fenomeno” islamista non sia visto come un’unica politica. Marocco, Tunisia, Egitto possono, grazie alle loro particolarità, servire da passerella tra Occidente e gruppi islamisti più estremi per cominciare una nuova forma di dialogo.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Jaqueline Rastrelli ha fatto un’analisi davvero approfondita ed esatta dell’islamismo vincente in tante parti del Medio Oriente, e ha tutte le ragioni. Sarebbe disastroso se l’Occidente non riuscisse a distinguere tra i vari tipi di un fenomeno che ha radici comuni ma molte varianti, se insistesse a guardare con sospetto o rigetto tutto quanto tende a riportare precetti religiosi nella vita civile e se rinunciasse ad appoggiare i regimi islamici piú moderati. Col vasto mondo islamico siamo tutti obbligati a convivere (anche dentro casa nostra). Scartando nuove, impossibili, crociate, la sola via che resta é tentare di dialogare con chi ci sta. É un problema di breve-medio termine. Intanto, il pericolo immediato è l’Iran, come mi è capitato di scrivere in queste colonne, non tanto per il suo “islamismo”, quanto per la sua ormai aperta e folle politica di potenza e di minaccia, che purtroppo non può esere lasciata senza risposta. GIOVANNI JANNUZZI

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