La prima pubblicazione dell’anno della Banca d’Italia, ossia il rapporto semestrale su domanda ed offerta di credito a livello territoriale, è anche il primo, per quanto atteso, campanello d’allarme del 2012 per le imprese italiane. La situazione descritta da Via Nazionale, relativa al primo semestre 2011, va a completare il quadro dipinto dall’Istat negli ultimi giorni del 2011, già tutt’altro che roseo.

I dati Istat indicavano come la quota di Pmi (piccole e medie imprese) che hanno cercato l’accesso al credito fosse aumentata dal 36,5% del 2007 al 52,2% nel 2010, mentre la quota di quante fossero riuscite ad ottenerlo fosse scesa dall’86,6% del 2007 al 78,4% del 2010 e di queste ben la metà con cifre inferiori a quanto richiesto, segnale evidente di come le banche non siano state in grado d’assorbire l’aumento di domanda causato dalla crisi.

I dati della Banca d’Italia, con un campione di 400 banche grandi, piccole e medie sparse su tutto il territorio nazionale, da un lato confermano l’irrigidimento dell’offerta di credito da parte delle banche, diventate molto più selettive, specie al centro ed al sud, mentre dall’altro svelano la ripartizione qualitativa dell’aumento della domanda da parte delle imprese: per la maggior parte dipende dal finanziamento del circolante (l’esigenza è di coprire i pagamenti in ritardo) e dalla ristrutturazione del debito già esistente. Due motivazioni che con tutta probabilità si saranno confermate traino della richiesta di prestiti anche per la seconda metà del 2011, purtroppo ben distinte dalla domanda di finanziamenti per investimenti, fusioni ed acquisizioni, invece in netto calo.

Ma nonostante questi dati siano già preoccupanti di per sé, i problemi per le Pmi non si limitano all’accesso al credito, ma anzi, riguardano anche l’altro lato della medaglia, ovvero la lentezza nel pagamento dei crediti che esse stesse hanno nei confronti della pubblica amministrazione. Ad esempio, i fornitori di prodotti farmaceutici e diagnostici ricevono il pagamento per la merce consegnata in media con 325 giorni di ritardo. Per la Pubblica Amministrazione in generale, dal 2001 ad oggi non si è mai scesi sotto la soglia (insostenibile) dei 300 giorni di ritardo.

Nella relazione sulla gestione finanziaria delle Regioni relativa agli anni 2009 e 2010, la Corte dei Conti, ha calcolato che il debito verso fornitori abbia generato “una spesa aggiuntiva pari a circa 103,8 milioni di euro nel 2008, 125,4 milioni di euro nel 2009 e 17,3 milioni di euro nel 2010, a causa dei ritardi sui pagamenti”.

Strette tra l’incudine ed il martello, le Pmi rischiano di soffocare per mancanza di liquidità, visto e considerato il taglio di 7,5 miliardi di euro per il 2013-2014 della manovra di luglio, che, secondo il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, “renderanno le Regioni e le grandi Asl a rischio default”.

Il Premier Monti, rispondendo alle domande dei giornalisti alla Conferenza di fine anno, afferma di aver ben presente il problema: “Stiamo lavorando, e il ministro Passera in particolare, su questo tema perché ci rendiamo conto che le imprese sono strette tra un crunch del credito e un debitore poco sensibile al loro status di creditrici”.

“Tuttavia”, ha spiegato, la questione non costituisce una priorità perché “sarebbe stato contraddittorio” rispetto alle richieste di contenimento della spesa pubblica giunte dall’Europa.

Dovrebbe invece forse esserlo, perché, come hanno già dimostrato altri Paesi prima di noi nella storia anche recente, solamente con l’austerity non si risolleva una nazione e se si abbandona a sé stesso ciò che rappresenta il fulcro del sistema produttivo italiano è inutile sforzarsi di salvare il resto. Vedremo.

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