Più che un braccio di ferro sembrerebbe una partita a scacchi, ma poi ci ripensi e dal di fuori (dove tutto appare più facile di quello che è) se si osserva il Premier e le parti sociali in questo inizio di 2012 pare di assistere al gatto che gioca col topo.

Nelle ultime ore i sindacati hanno caricato l’artiglieria e dalla trincea non ci pensano affatto a rimanere con le mani in mano, ‘forti’ della copertura del Capo dello Stato che non ha esitato a ribattezzare i protagonisti della vicenda “non come organizzazioni che difendono solo gli interessi  generali di categoria, ma difendono insieme una certa visione dell’interesse generale del Paese”, ribadendo di aver già affermato il concetto che “ciascuno deve fare la sua parte”, senza dimenticare “che c’è la necessità, ampiamente riconosciuta da tutti, di ripensare gli ammortizzatori sociali”.

Con un ‘cappello’ del genere sono apparse davvero pretestuose le polemiche focalizzate su dialogo e concertazione: questioni di lana caprina dove è stata fatta più confusione che altro.

Nel dettaglio: la Cgil avrebbe voluto un incontro con il Governo assieme alle altre sigle sindacali (Cisl e Uil con l’eco di Bersani hanno tagliato corto: guardiamo alla sostanza, non alla forma), Monti ha tirato dritto e per niente intimorito ha organizzato incontri bilaterali di concerto con il ministro del Welfare Elsa Fornero e quest’ultima come logico avrà un ruolo chiave nella fase di consultazioni che si sta aprendo.

Si lavora, e i tempi sono stretti, sulla riforma del lavoro. Sul tavolo tante proposte, non tutte di facile attuazione, con lo spettro delle ‘tensioni sociali’ in arrivo se non si giungerà ad un accordo, ha detto in sostanza la numero uno della Cgil. Ma andiamo con ordine.

La Camusso ha precisato che sul lavoro “servono progetti su esigenze ed eccellenze del Paese come energia, trasporti, ambiente, cultura e turismo. Serve un piano del lavoro – scrive il sindacato – che tamponi la crisi, crei nuovi posti per giovani e donne, dia prospettiva e speranza al Paese”. La Cgil chiede assunzioni incentivate per giovani e donne con contratto di inserimento formativo, la difesa dei posti di lavoro, la riduzione della precarietà e “ammortizzatori per chi perde il posto a ogni età e per ogni azienda”. Sulle liberalizzazioni, ad esempio, alla leader della Cgil non è piaciuta la scelta di optare per l’apertura h24 dei negozi. Un paletto contro una ‘lenzuolata’ apprezzata dalla maggior parte delle associazioni di categoria di cui si stenta a capire il perché.

Il Governo starebbe seriamente pensando a un contratto “prevalente”, un lungo periodo di prova (fino a tre anni) che andrebbe a cancellare le oltre quaranta forme contrattuali che ci sono oggi (si salverebbero solo l’apprendistato e il contratto stagionale). Se si va a dama con questa tipologia di contratto verrebbe meno la ‘proposta Ichino’, che prevedeva per i nuovi assunti la possibilità di licenziamento per motivi economici. Una bella gatta da pelare riguarderà inoltre gli ammortizzatori sociali; Cgil, Cisl e Uil sono d’accordo sull’elasticità del mondo del lavoro ma non senza pensare a “indennità di disoccupazione più cospicue e ‘allargate’ a tutte le categorie”.

Scudi alzati fino alla morte, sempre da parte dei sindacati, per quanto concerne l’articolo 18 (stabilisce le regole per il reintegro del lavoratore nel suo posto di lavoro, e i diritti e i limiti per chi viene licenziato e fa richiesta al giudice per ottenere indietro il suo impiego, ritenendo di esser stato allontanato senza un motivo giustificato […]  lo Statuto dei lavoratori prevede che l’articolo 18 sia applicato solamente nelle aziende che hanno quindici o più dipendenti).

Il 20 prossimo Consiglio dei ministri, senza contare il tour europeo di Monti, ma l’impressione è che si voglia procedere con cautela magari arrivando a fine mese avendo dato una bella ‘scremata’ alla bozza – successivamente ai negoziati con le organizzazioni dei lavoratori – e presentare alle Camere una riforma del lavoro più condivisa che mai.

© Rivoluzione Liberale

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