Non sono un costituzionalista e perciò non posso dare un giudizio tecnico sull’ammissibilità del Referendum abrogativo della legge elettorale vigente, nota come Porcellum, ma credo di sapere cosa significherà per gli Italiani la decisione che la Corte Costituzionale prenderà sull’argomento.

La Corte infatti deve dare, a breve, il giudizio di ammissibilità per il referendum che ha raccolto, anche con l’attiva partecipazione del PLI, un milione e 200 mila firme di Italiani a sostegno. Questa decisione sarà, a mio avviso,  uno spartiacque per il destino del Paese e le indiscrezioni di questi giorni – del tutto non confermate e apparentemente non incoraggianti per i sostenitori del referendum – devono essere motivo di grande preoccupazione. In un momento infatti in cui la distanza tra istituzioni e cittadino è abissale, una decisione basata su cavilli giuridici, e che disconoscesse una evidente volontà popolare, potrebbe avere risultati catastrofici nei confronti di quella poca fiducia rimasta nelle istituzioni e nello Stato.

Sappiamo che la grande maggioranza dei partiti, specie quelli più grossi, farebbero volentieri a meno del referendum e si terrebbero altrettanto volentieri la legge attuale. Pdl e Lega hanno attivamente contrastato il referendum, mentre il Pd, dopo una riluttanza iniziale dei suoi vertici, è stato costretto ad una tardiva e precipitosa marcia indietro sotto la spinta del proprio elettorato, contribuendo comunque in modo non secondario al successo finale. Il Porcellum infatti, benché definito una porcata addirittura dal suo primo firmatario, l’on. Calderoli, evita ai partiti l’incresciosa incognita della volontà popolare nella scelta degli eletti e la necessità quindi di candidare figure di rilievo con la fedina penale abbastanza pulita e con un personale seguito elettorale, anziché poter scegliere comodamente tra portaborse, lacchè di partito, parenti, amanti, mogli, igeniste dentali e soubrette.

Sappiamo anche che difficilmente il referendum stesso si svolgerà comunque, anche in caso di una decisione positiva della Corte, poiché in quel caso il Parlamento tenterà di evitarlo mettendo in discussione una proposta di legge elettorale da votare in aula. Eppure, la differenza tra verdetto di ammissibilità e non, è sostanziale come è sostanziale la differenza tra un Parlamento di rappresentanti del popolo o uno di rappresentanti dei segretari di partito, totalmente scollegati dal consenso elettorale e dal rapporto con gli elettori dei propri collegi. Questa differenza gli Italiani l’hanno ben capita firmando in massa il quesito.

Cosa potrebbe accadere quindi se la Consulta bocciasse la consultazione popolare? Certamente i cittadini perderebbero una ulteriore quota di fiducia nello Stato e nella democrazia, se ce ne fosse ancora bisogno, e questo per il Paese sarebbe una cosa devastante. Come si può chiedere – magari con spot televisivi – al cittadino di fare il proprio dovere verso lo stato pagando le tasse, oltretutto assai pesanti, se il cittadino cessa di credere nello Stato e non si identifica più con esso? Nessuna campagna di persuasione, e nemmeno la repressione di polizia, potrebbero convincere i cittadini a sacrificarsi per un bene comune a cui non hanno più fiducia. Nemmeno i liberali italiani, a mio avviso, dovrebbero in questo caso abbassare ancora la testa, magari per quel senso dello Stato che sempre li ha contraddistinti, ma dovrebbero scendere nelle piazze a manifestare in modo visibile il loro disappunto.

Confidiamo che le istituzioni preposte capiscano che accontentare i partiti, in questo caso, significherebbe creare una frattura forse insanabile con il Paese reale, l’unico Paese che dovrebbe contare davvero e l’unico che può salvare la baracca, anche sul piano economico e finanziario.

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