È un vecchio detto, ritengo tutto italiano, che è alla fonte di ogni guaio di questo Paese; reale  come un’altra frase famosa, che si lega al titolo, detta dal nostro antenato Liberale Cavour “fatta l’Italia ora bisogna fare gli italiani”. Infatti, dopo 150 anni gli italiani non hanno maturato ancora il senso dello Stato e lo hanno sempre vissuto come un “ficcanaso” nei propri affari privati; quello che noi Liberali da sempre abbiamo avuto come concetto dello Stato è proprio l’opposto di uno Stato ficcanaso, ma di una presenza statale limitata esclusivamente a gestire i servizi pubblici a favore del cittadino, coprendone i costi di gestione anche con l’imposizione fiscale. Fin qui, nulla da eccepire, ma è a questo punto che il cittadino italiano ribalta più che può su altri gli oneri e i doveri civici, come il pagamento delle imposte e si dedica da sempre, per richiamare il titolo, “all’interpretazione” della Legge per trovarvi qualche scorciatoia o qualche modo per eluderla. Una Legge può essere interpretata se non scritta, se solo sentita dire, ma quando ha superato il vaglio di commissioni parlamentari, fiducie bicamerali e quant’altro, ci sarà poco rimasto da interpretare, la Legge è quella e basta.

Così il meccanismo – per semplicizzare – “gestione servizi pubblici e copertura costi”, inevitabilmente si inceppa se coloro che dovrebbero sostenere quei costi, li eludono o peggio li evadono e conseguentemente lo Stato accresce il suo debito pubblico, anche per questi motivi, in modo spropositato e concede servizi al cittadino di bassa e scarsa qualità. Nei paesi europei, soprattutto anglosassoni, essendoci tra i cittadini una forte coesione e senso dello Stato, o quanto meno una educazione civica alla cui base c’è il rispetto reciproco, il meccanismo descritto funziona e gira con servizi pubblici di qualità.

Lo Stato ed il cittadino italiano non dialogano, non collaborano, ma si fronteggiano perché alla base c’è quella mentalità sbagliata che parte dal presupposto, pure fondato anche se non per tutti fortunatamente, che l’azione di ispezione e controllo fiscale sui contribuenti sia una aggressione e non un ripristino della giustizia sociale.

Allora, azioni ispettive come quella fatta a Cortina d’Ampezzo, incattiviscono i “buoni contribuenti” ed “infurbiscono” – mi si passi il termine – gli elusori od evasori, proprio perché essi rimarranno tali e, memori dell’esperienza, rafforzeranno le proprie difese anti-fisco e certo non si faranno prendere da crisi di coscienza e si ravvedranno; queste azioni plateali da parte del fisco, quindi,  hanno un effetto negativo sul turismo italiano, assomiglia tanto a quando Soru mise la tassa sul lusso in Costa Smeralda, i vacanzieri ed i diportisti di medio-piccolo taglio, abbandonarono la meta.

Oggi l’Italia, invece, deve puntare molto sull’industria turistica ed i suoi indotti; è il nostro futuro, dato che l’economia occidentale è in crisi, anche per saturazione, e le nuove prospettive di sviluppo economico, tecnologico ed industriale si sono spostate sui cosiddetti paesi emergenti. Per il business turistico, in un paese come il nostro gettato nel cuore del Mediterraneo, deve sostenere una politica nazionale mirata ad incentivare, ad agevolare tutte le iniziative tese a migliorare ed incrementare questo settore economico, perché ciò può solo che garantirne il futuro, sia in termini di occupazione che in termini di produttività.

E’ una via comunque preferibile rispetto ai meccanismi statistici automatici di massa che pretendono di invertire sul contribuente l’onere di provare il rispetto delle regole per non soccombere all’erario. Una situazione per la quale anche molti dei liberi professionisti e imprenditori che pagano  onestamente le tasse guardano con timore a un’azione accertativa che percepiscono come un’aggressione del pubblico sul privato, prima che come un’azione di giustizia sociale.

© Rivoluzione Liberale

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