Il ‘cancro’ del nostro Paese, oramai malato grave e disseminato di metastasi, ha un nome né bello né brutto: si chiama evasione fiscale. Nel giro di trent’anni questo mostro ‘invisibile’ si è divorato dalle viscere la nostra economia, che già non era fra le più floride del mondo occidentale. Ha le fattezze di un vampiro e succhia via dalle nostre tasche la bellezza di 150 miliardi di euro l’anno, e certo non si fa fatica a comprendere che il male endemico dell’Italia è proprio questo.

Recuperare poco per volta, anno dopo anno, una consistente percentuale di questa cifra spaventosa, ci metterebbe al riparo da manovre correttive ‘lacrime e sangue’ ma anche, e forse soprattutto, ci permetterebbe di ridurre un altro male incurabile della stessa patologia: la pressione fiscale (giunta alle soglie del 45%). Con un’evasione fiscale al 18% del Pil e un debito pubblico fra i più alti del pianeta (1900 miliardi di euro), la battaglia contro la piaga ‘nostrana’ non soltanto è da vincere, ma è indispensabile per il nostro futuro.

Abbiamo gli strumenti, rafforzati dopo l’ultima finanziaria di Monti, un esercito in divisa grigia e un database in grado di incrociare i dati e scovare i parassiti, ma non basta. Servono controlli e sanzioni, severissime quando occorre. Non si chiede la luna, e nemmeno di recuperare tutti e 150 miliardi di euro evasi ogni anno, ma di partire da una base restituita all’Erario di almeno il 30-40% e di destinare (blindare se vogliamo) quelle specifiche risorse, alla riduzione della pressione fiscale e ai servizi (trasporti e sanità su tutti), quest’ultimi penalizzati tantissimo dall’evasione.

Ben vengano allora i blitz alla stregua di quanto accaduto due giorni fa a Cortina, ma è necessario estenderli a svariate realtà dello Stivale, magari a cominciare dai piccoli e grandi centri del Mezzogiorno, laddove cioè il ‘male’ è diventato sistema. La battaglia andrà fatta con le buone e con le cattive, sanzionando sì ma anche instillando la cultura del pagamento delle tasse in sacche e villaggi imbarbariti.

Ne abbiamo tanti di questi microcosmi niente affatto immaginari e li vediamo tutti i giorni. C’è l’idraulico che sta appena aggiustando un rubinetto: chiede per la riparazione 120 euro con fattura e 90 senza; oppure, in una zona di periferia, c’è un ispettore del lavoro che dovrebbe controllare se nel cantiere sono state prese tutte le misure contro gli infortuni sul lavoro, ma con una ‘mazzetta’ il controllo svanisce e diventa tutto regolare; ed ancora, alla pompa di benzina il titolare ha modificato gli erogatori per lucrare su impercettibili differenze per litro, che diventeranno somme interessanti a fine mese. E solo per fare qualche esempio.

Ebbene, in questo Paese immaginario ci siamo anche noi, vittime e carnefici, evasori totali o parziali, ma anche artefici del nostro futuro.  E del federalismo fiscale che ne è stato? Forse varrebbe la pena ricominciare a occuparsene davvero. La situazione è di stand-by, l’attuazione della legge è solo parziale, mancano all’appello circa settanta interventi amministrativi e legislativi ancora da partorire. Le manovre di risanamento partite d’estate hanno rallentato l’iter, con un drastico peggioramento delle finanze degli enti locali, nel senso di una riduzione dei trasferimenti e di un inasprimento dei vincoli imposti dal patto di stabilità. La manovra Monti – seppur necessaria – ha accentuato questa tendenza, tagliando ulteriormente i trasferimenti, con la reintroduzione della tassazione sulla prima casa per i comuni, l’incremento della addizionale regionale Irpef e l’introduzione di una maggiorazione sulle accise per finanziare i trasporti locali.

E’ necessario un nuovo equilibrio tra rigore dei conti e autonomia locale, indispensabile il pareggio di bilancio come vincolo fondamentale per l’attività degli enti locali. Più potere alle regioni, dunque, un processo che va accelerato proprio in questo anno e mezzo di Governo tecnico.

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