Le recenti mosse di Mario Monti hanno attenuano il sapore amaro che ci aveva lasciato una manovra troppo sbilanciata sotto il profilo della ulteriore pressione fiscale sui contribuenti italiani e quindi con effetti decisamente recessivi.

Il Presidente del Consiglio, sia pure prudentemente ed ancora in forma generica, ha annunciato imminenti privatizzazioni e liberalizzazioni ed il Ministro Passera è andato oltre, anticipando da Parigi che, con cadenza mensile, verranno adottati provvedimenti finalizzati alla crescita economica. Contestualmente un assist importante nello stesso senso è venuto dalla relazione del nuovo Presidente dell’autorità Antitrust, Giovanni Pitruzzella, che appare in sintonia con l’indirizzo del Governo e, di fatto, ne delinea le prossime mosse.

Francamente si tratta ancora di misure limitate, che tuttavia incontreranno non pochi ostacoli e sfiorano appena i settori nei quali si registrano le più ampie rendite di posizione a carico della spesa pubblica. Tuttavia prendere atto, che si parli di andare al di là della semplice liberalizzazione delle tariffe dei professionisti, delle licenze dei tassisti, degli orari di apertura degli esercizi commerciali, del numero delle farmacie e della vendita dei prodotti farmaceutici di fascia C, è già un risultato. Cominciare a discutere di liberalizzazioni nel campo dell’energia, in quello dei servizi pubblici locali (suscitando già le reazioni negative del solito Di Pietro) ed inoltre pensare a ferrovie, privilegi bancari, servizi postali, autostradali e aeroportuali, è indiscutibilmente un passo avanti, in un Paese dove le corporazioni hanno sempre impedito con ostinazione qualsiasi intervento.

Una politica liberale imporrebbe molto di più e permetterebbe di corrispondere meglio e più rapidamente agli obblighi di rientro del debito pubblico, entro i prossimi venti anni, nel parametro del 60% previsto dal trattato di Maastricht. Ha, comunque, ragione il Presidente Monti quando afferma che non si possono assumere decisioni di rilievo, che toccano interessi diffusi, senza tener conto che è necessaria una maggioranza parlamentare per approvarle e che quindi bisogna farlo con gradualità e realismo.

Il Capo del Governo evidentemente è consapevole che i dossier che riguardano il lavoro ed il welfare dovranno ottenere, anche a costo di lacerazioni al proprio interno, il consenso di un PD legato alla CGIL, e quelli sulle liberalizzazioni, con altrettanti mal di pancia, dovranno essere votati dal PDL, che ha dimostrato di dipendere dalle corporazioni più conservatrici. Il PLI si propone di esercitare sull’Esecutivo il massimo della pressione per fare in modo che il risultato complessivo sia quello di una significativa modernizzazione del nostro mercato e del regime di concorrenza conseguente. Tali decisioni, insieme ad una rilevante sburocratizzazione e cessione di patrimonio pubblico consistenti, potrebbero grandemente aiutare la ripresa e rendere il sistema economico italiano più simile a quello degli altri partners continentali.

Il segnale più importante, tuttavia, il presidente Monti lo ha dato in materia di politica Europea, affermando che l’Italia ha bisogno dell’Europa, ma quest’ultima non può fare a meno dell’Italia. Inoltre, con garbo ma con determinazione, grazie al rispetto che si è conquistato, ha chiarito che il nostro Paese ha già fatto la sua parte e che ora l’UE deve fare la propria per salvaguardare la moneta unica, disegnare nuove regole per il Mercato Interno e rilanciare il ruolo del Continente nel contesto mondiale. Monti ha messo in campo l’autorevolezza che è stata riconosciuta al suo Governo per modificare, e sembra lo abbia ottenuto, la inaccettabile situazione di un’Europa a giuda franco-germanica, con l’inserimento stabile del nostro Paese tra quelli cui compete il ruolo di trainare l’Eurogruppo. Allo stesso tempo ha fatto capire alla Francia che aveva tutto l’interesse ad una maggiore unità di intenti con l’Italia per riuscire, insieme, a piegare la riluttante Germania e farle accettare la proposta di disegnare un ruolo diverso e più incisivo della BCE sul piano della politica monetaria e della difesa dei debiti sovrani dalla speculazione finanziaria.

Il prossimo vertice a Roma con Merkel e Sarkozy dovrebbe definitivamente sancire il nuovo equilibrio e preparare le decisioni dell’ECOFIN e del Consiglio Europeo.

Il nostro Premier, anche se con stile vellutato, sembra sia riuscito a riposizionare il Paese nel rango che gli compete in Europa e questo gli consentirà di pretendere che l’Unione assuma la decisioni che le competono, superando timidezze ed egoismi che ne determinerebbero invece la fine.

Il tecnico Monti, anche grazie al prestigio indiscusso di cui gode per la preparazione in campo economico, alla fine, potrebbe riservarci la sorpresa di risultare politicamente più forte ed incisivo di un Presidente che viene dalla politica. Ce lo auguriamo, anche perché siamo convinti che, quando si svolge un ruolo di Governo, ogni decisione non può che avere contenuto politico.

Se così fosse, dovremmo, ancora una volta, dar atto al Presidente della Repubblica che, al di là dei problemi dell’emergenza, che pure hanno avuto la loro importanza, la decisione di un cambiamento radicale, anche senza il conforto di un mandato popolare, ma pur sempre con il sostegno della fiducia parlamentare, è stata lungimirante. Egli infatti ha capito che la scelta di Monti era l’unica possibile per fare uscire la politica italiana da una crisi di identità e di fiducia, che, altrimenti, sarebbe stata irreversibile ed avrebbe prodotto danni irreparabili, come in effetti già in parte aveva determinato e che, in definitiva, il necessario azzeramento del ruolo di una classe dirigente screditata era, paradossalmente, l’unica strada per riaffermare il necessario primato della Politica.

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