Una brusca entrata nell’era dell’imbarbarimento lessicale? Un dovuto adeguamento al mutare della nostra lingua, in qualche modo influenzata dalla comunicazione attraverso le nuove tecnologie? Forse è troppo presto per rispondere a queste domande legate alla nuova traduzione di uno dei capolavori della narrativa mondiale, Ulisse di James Joyce. Una trasposizione in italiano che prevede la semplificazione dello stile con l’abbandono della gradazione ‘nobile’ delle versioni sinora in commercio e il raggiungimento di una maniera più adatta al grande pubblico del 2012 con l’utilizzo – quando opportuno – di espressioni finanche spudorate e col recupero di una vena comica che attraverso svariate traduzioni e critiche era quasi del tutto svanita.

Questo compito di non facile realizzazione è stato portato a termine da Enrico Terrinoni per Newton Compton (ottima annata per questa casa editrice grazie a un’azzeccata politica di abbassamento dei prezzi), che ha quindi messo in commercio questa trasposizione integrale del romanzo pubblicato il 2 febbraio 1922 – giorno del quarantesimo compleanno dello scrittore irlandese nato a Dublino nel 1882 e morto a Zurigo nel 1941 – che con assolute novità come il ‘flusso di coscienza’ e l’utilizzo di monologhi interiori, è stato artefice di una svolta epocale nel modo di scrivere letteratura.

Il rischio che si è corso nel voler compiere questa ‘impresa’ è stato quello di una esagerata semplificazione di un’opera – caposaldo della narrativa del Novecento – che presenta innumerevoli peculiarità sulle quali non è possibile effettuare un’invasione senza freni. In molte parti della nuova versione questo è avvenuto. Ma ciò non toglie che, seppure in un Paese con un bassissimo numero di lettori ‘forti’ (cioè coloro che leggono almeno dieci libri l’anno) la notizia faccia lievitare l’attenzione intorno a un testo che spesso è destinato a troneggiare – perché ‘fa fico’ – su pompose librerie di begli appartamenti, ma a non essere mai neppure aperto. Dalla sua uscita molte volte è stato addirittura definito illeggibile, anche da personaggi illustri del mondo della cultura e da ‘nobili’ colleghi dell’autore.

E’ prevedibile – quanto auspicabile – quindi che, sia chi non l’abbia mai letto, quanto chi ne sia addirittura un fanatico, si precipiti ad acquistare una copia di questa novità editoriale. I lettori della prima categoria soprattutto per curiosità, della serie “non mi andava di leggerlo perché mi hanno detto che è pesante, forse così mi piacerà… “; quelli della seconda categoria per la fretta passionale di confrontarlo con i precedenti. In particolare con l’edizione del 1960, oggi disponibile nei Meridiani Mondadori, tradotta da Giulio De Angelis con Melchiori, Izzo e Cambon. Perché quella successiva, aggiornata sempre dallo stesso traduttore e pubblicata negli Oscar, risente a tal punto del percorso extra-testuale di Joyce (manoscritti, taccuini, bozze eccetera) da risultare di fatto troppo differente.

Non resta che lasciarsi andare e passare da zero a un libro all’anno o da dieci a undici. Buona lettura.

© Rivoluzione Liberale

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