New York. Quattro mura e due coppie dell’upper middle class residenti nel quartiere di Brooklyn. I Cowan e i Longstreet, riuniti nell’elegante salotto di quest’ultimi per sbrogliare la vicenda che ha visto protagonisti i rispettivi figli, scontratisi a scuola per quisquilie adolescenziali. Gli uni di fronte agli altri intavolano con i migliori propositi la discussione risolutiva, con Penelope (Jodie Foster), colta e sensibile, nivea e posata, e Michael (John Christopher Reilly), buonuomo semplice e dai sani principi, genitori dell”aggredito’, da una parte, e Nancy (Kate Winslet), raffinata e pacata, e Alan, businessman assorto nel suo mondo parallelo in compagnia del fedele BlackBerry, genitori dell”aggressore’ dall’altra. Peccato che, con lo scorrere dei minuti, i convenevoli e le carinerie lascino spazio alle strenue difese e agli attacchi furenti, mostrando, in un climax drammaturgico, la profonda mostruosità delle due coppie, fintamente nascosta dal loro perbenismo.

“Speriamo che si tolga la maschera così vediamo la maschera che c’è sotto”, diceva Oscar Wilde. Carnage; nuova ed attesa pellicola di Roman Polanski, integralmente ispirata (eccetto il finale) alla pièce teatrale Le Dieu du courage di Yasmina Reza e presentato in concorso all’ultimo Festival di Venezia, mette in scena una grande sfilata di maschere della borghesia newyorkese, non neghittosa né corriva, ma ipocrita e spietata. All’apparenza gentile e apertamente disponibile ad archiviare, attraverso una chiarificazione verbale, da persone perbene, la disputa tra i rispettivi figli, ma in realtà arroccata sulle proprie egoistiche posizioni e ragioni, pronta ad attaccare con ferocia l’opposto punto di vista, affondando con veemenza il coltello tra le malcelate debolezze dell’altro.

Carnage è una commedia dark, un kammerspiel, retto da un intenso crescendo drammaturgico, che va di pari passo con la progressiva caduta delle ‘maschere pulite’ delle due coppie, e che, nonostante il tema arci-trattato, riesce a trovare un suo perché grazie alla magistrale direzione degli attori di Polanski, da metteur en scène cinematografico e teatrale quale è. E il tutto all’interno di un unico perimetro, ovvero quello nitido e borghese dei Longstreet.

Non è il miglior Polanski, ma per i tempi che corrono, sono novanta minuti di buono e sano cinema.

© Rivoluzione Liberale

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