“Una tassa tecnicamente possibile, finanziariamente indispensabile e moralmente imprescindibile”, così il presidente francese Sarkozy definiva la Tobin tax durante il G20 di Cannes, a novembre dello scorso anno, forte del sostegno tedesco espresso tramite un’iniziativa coordinata annunciata ad agosto (e velocemente ribattezzata dai media come Merkozy Plan), poche settimane dopo che la stessa Commissione europea aveva avanzato l’ipotesi di applicare una tassazione sui mercati per finanziare le crescenti necessità economiche europee.

Per chi non avesse familiarità con detta tassa, ricordiamo che si tratta di una proposta risalente al 1972 – non a caso appena dopo lo scioglimento del sistema di Bretton Woods – dell’economista, poi Premio Nobel, James Tobin, il quale suggerì il pagamento di una modesta percentuale (originariamente tra lo 0,5 e l’1%, oggi si parla dello 0,1%) su tutte le transazioni effettuate sui mercati valutari, per ottenere sì un introito extra, ma soprattutto per stabilizzare i mercati penalizzando le speculazioni valutarie a breve e brevissimo termine.

In origine, la tassa era concepita per essere imposta a livello globale, in modo che i capitali non potessero in alcun modo sfuggirvi, dato che l’applicazione da parte di un singolo Paese o di un gruppo di Paesi avrebbe portato alla veloce fuga delle transazioni da quei mercati, come nei fatti dimostrò l’esperienza della Svezia, la prima Nazione al mondo che implementò qualcosa di simile ancora nel 1984 e finì per abolirla nel 1990, dopo che una gran parte dei capitali si era già rifugiata a Londra e New York.

Scrutando la cronologia della riproposizione della Tobin tax, appare chiara una correlazione tra essa ed i momenti di crisi dell’economia: rispolverata dopo il 1992 in Europa e dopo il 2009 negli Stati Uniti, oggi non stupisce che tocchi nuovamente a noi a causa della crisi del debito sovrano. Quello che stupisce è piuttosto l’entusiasmo franco-tedesco, probabilmente animato dai conti della Commissione europea, che ha stimato in 50 miliardi di euro l’extra-gettito annuale che apporterebbe; conti che però non trovano conferma nei molti studi recentemente commissionati, l’ultimo di questi quello della maxi-società di consulenza Ernst&Young, che invece stima una perdita di 116 miliardi per l’euro-sistema nello scenario di un’applicazione reale della tassa, specialmente nel caso in cui l’Inghilterra non ne prendesse parte, come ‘lasciano supporre’ le infervorate dichiarazioni del Premier inglese e del Primo Cittadino londinese degli ultimi giorni.

Effettivamente, la Tobin tax causerebbe un doppio danno al mercato inglese, da un lato apportando una seconda tassazione sulle transazioni, data la necessità di conversione di valuta negli scambi con gli Stati europei, dall’altro rischiando di togliere liquidità e capitali alla City, che ad oggi impiega oltre 1 milione di persone nel settore finanziario (dati PWC). Senza considera che oggi la maggior parte degli hedge fund mondiali ha la propria sede nel paradiso fiscale delle Cayman, che battono appunto bandiera inglese.

Ma se l’Inghilterra ha negli anni sempre anteposto le proprie esigenze economiche su quelle del progetto europeo, potrebbe essere questo il caso in cui gli interessi coincidono: è opportuno valutare molto attentamente, come già il suo creatore aveva fatto, le conseguenze dell’introduzione di una tassa sugli scambi finanziari solo in una determinata parte del mondo, specialmente se questa lascia in vigore la libera circolazione dei capitali in entrata ed in uscita.

Negli scenari peggiori gli speculatori potrebbero prenderla come pretesto per spiccare definitivamente il volo dal sistema Europa, dando l’affondo finale ad un’economia sofferente, oppure si tornerebbe ad una sorta di protezionismo di capitali dal retrogusto ottocentesco che verosimilmente taglierebbe fuori l’Europa dal resto dei mercati e porterebbe alla stessa conclusione.

Messo da parte l’entusiasmo, specie quello con fondamenta elettorali, sarebbe il caso di riprendere in mano le stime fatte e accertarsi che ogni virgola sia al posto giusto, affinché il primo passo per una maggiore integrazione fiscale tra i Paesi europei non si dimostri già un passo falso.

© Rivoluzione Liberale

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