Ci mancava giusto Mario Giordano con quell’aria da Dorian Gray de noantri per un pistolotto della più collaudata e stantia retorica patriottarda. Risparmio al lettore la sfilza di stereotipi (Würstel, Panzer, Kartoffeln, Kaiser, Anschluß) che sembrano usciti dai fumetti Super Eroica per concentrarmi sulla sostanza che non è il rifiuto di un modello crucco imposto.

Quale Italia si vuole tenere e, soprattutto, ci vuole convincere a tenere, il dolce Giordano? Quella dei disastri italiani, quella che conta davvero nel 4 a 3 del calcio, un po’ meno efficiente, dell’arte di cavarsela, dei taxisti che scioperano e del debito pubblico che incombe?

Ma in che Italia vive Giordano? Quella dei privilegiati al servizio delle solite cricche di potenti coperti dai soliti inciuci? Certo, in quell’ambientino di generone rapace e salotti buoni esangui è possibile fare questo discorso, ma nell’Italia vera, numerosa, viva, no.

L’Italietta che Giordano si coccola è quella che non cambia mai: la mafia, la povertà sempre più diffusa (oggi la Caritas ed Emergency aiutano sempre più italiani), i diritti delle donne e dei lavoratori (manovalanza e mentevalanza) sempre più oppressi, le coppie che non trovano casa e lavoro e non possono far figli, Roma e Milano che hanno due linee e mezzo di metropolitana, l’evasione fiscale in doppiopetto e porpora, l’invadenza politica vaticana, l’economia in nero, il bilancio in rosso profondo ed una classe dirigente corrotta prepotente e feudale, “capitani coraggiosi” inclusi. Mi fermo per sintesi e non per carità di Patria.

Chi fa il discorso che l’Italia nera è il prezzo inevitabile da pagare per godere de ’o sole, ’o mare, ’e bellezze, ’o ammore sta proponendo una truffa che cola il sangue dei morti di crimini sul lavoro e di lupara, che puzza il sudore di clandestini sfruttati e su cui aleggia la rabbia della costante umiliazione dei cittadini ad ogni inondazione, ad ogni treno cancellato, ad ogni ricattatoria pretesa di Equitalia, ad ogni passaggio di frontiera dove la differenza con altri paesi si vede si sente si tocca. Il vecchio paese del fame, farina, feste e forche restyled in precariato, povertà, palinsesti e piombo.

Il futuro è in una politica europea di gestione pubblica dei beni comuni che tolga tutta la zona dell’Euro dalla trappola dell’economia finanziarizzata in cui si è cacciata insieme agli Stati Uniti e che riapra l’avventura di un’economia reale sotto la guida di una politica democratica, trasparente, onesta e decente. L’Italia di De Gasperi e Togliatti e non quella delle tangenti bipartisan.

Noi non vogliamo sopravvivere da italioti nell’Italietta del Giornale, triste come il calcio delle partite truccate, vogliamo vivere da italiani in un’Italia bella, pulita, facile da vivere, generosa, grande, forte, di livello europeo e sportiva per davvero.

Serve essere europei e se questo significa imparare il meglio da tutti, riprendere il senso di un bene comune, sentirsi a casa nella grande terra d’Europa allora ben venga perché è uno scambio alla pari tra le nostre virtù e quelle delle nazioni consorelle. Il resto è perpetuare l’illiberale paese di Acchiappacitrulli dove i disonesti fan carriera ed gli onesti fanno pena.

© Rivoluzione Liberale

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