La decisione della Corte Costituzionale di dichiarare inammissibili i quesiti referendari rappresenta un vero e proprio scippo ai danni di oltre unmilioneduecentodiecimila cittadini, che, in brevissimo tempo e sotto il sole di agosto, avevano chiesto l’abrogazione della legge elettorale, definita ” porcellum” dallo stesso autore. Una così ampia adesione spontanea rappresentava l’istanza di larghi strati della popolazione, volta a recuperare il diritto, costituzionalmente garantito, di cui si sentiva espropriata, a poter scegliere i propri rappresentanti in Parlamento.

I liberali sono stati in prima fila in questa battaglia sacrosanta di libertà. Purtroppo la Consulta si è lasciata palesemente influenzare dalla contrarietà al referendum dei tre maggiori partiti, rappresentati nell’attuale delegittimato Parlamento.

Facendo questa affermazione non intendiamo sottovalutare la problematicità, sotto il profilo giuridico, dei quesiti stessi. In effetti sapevamo, fin dall’inizio, che la cosiddetta reviviscenza delle norme abrogate della precedente legge del 1993, in seguito all’esito certamente favorevole della consultazione popolare, conteneva degli aspetti di criticità. Tuttavia eravamo confortati da alcune decisioni della stessa Corte, che avevano adombrato tale possibilità e dalla condivisione della tesi da parte della dottrina più autorevole. Facevamo peraltro affidamento sulla sensibilità del Collegio in ordine alla prevalenza, rispetto ad ogni altra valutazione, del principio costituzionale in discussione, che è tra quelli fondamentali posti a garanzia della democrazia: la sovranità popolare, gravemente limitata dalla legge del 2006 in vigore. La Consulta spesso nelle proprie decisioni, ad argomenti di tecnicalità giuridica, ha fatto prevalere considerazioni relative ai principi assoluti ed inviolabili della nostra Carta, richiamando il Parlamento rispetto alla violazione di essi.

Sorge spontaneo quindi domandarsi come si sarebbe comportata la Corte se fosse stato in carica ancora il Governo Berlusconi e l’interesse prevalente dei partiti, che ad esso si opponevano, fosse stato quello di dargli una ulteriore spallata. I numerosi giudici di area PD sarebbero stati altrettanto decisi nel pronunciarsi per l’inammissibilità?

Siamo esterrefatti che la Consulta, anziché adottare una decisione coraggiosa in sintonia con una fortissima richiesta popolare, si sia ancora una volta mostrata cedevole alle pressioni del Palazzo, non valutando come la conseguenza sia quella di affidare al boia le sorti del condannato. Sarà infatti il Parlamento dei nominati, che ha l’esclusivo interesse di sopravvivere, nonostante il disprezzo diffuso da parte dei cittadini, a dover decidere se, e come, eventualmente, modificare la legge elettorale, certamente privilegiando le proprie convenienze, rispetto all’interesse generale.

Il PLI, come sempre dalla parte della gente comune, continuerà la propria battaglia per una legge elettorale che ripristini appieno la democrazia, nella libertà. L’Italia ha già vissuto l’esperienza della legge liberticida Acerbo, durante il fascismo, per non essere consapevole che la compressione della sovranità popolare è l’anticamera di ogni svolta autoritaria. In tale direzione andava, quando fu approvata, l’attuale legge elettorale. La situazione politica del Paese fortunatamente negli ultimi mesi è cambiata. Non può il sistema elettorale non adeguarsi alla richiesta, che viene prepotentemente dal basso, di ottenere un ruolo maggiore nella selezione dei propri rappresentanti, pena un ulteriore, gravissimo distacco tra Paese reale e Paese legale.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI