Di recente la Banca Mondiale ha pubblicato il report annuale sulla capacità di attrarre investimenti privati di 183 economie nel mondo: Doing Business 2012, Doing Business in a More Transparent World.

La performance dell’Italia è a dir poco deludente. Il Belpaese perde 4 posizioni rispetto all’edizione 2011 e si classifica 87° dopo Ruanda, Zambia, Ghana, Namibia, Armenia e Mongolia (solo per citare alcune delle nazioni in cui, stando alla ricerca, fare business è più facile e conveniente). Il pessimo risultato è dovuto agli ormai famigerati limiti dell’architettura del nostro Paese: estrema lentezza dell’apparato burocratico e incertezza del diritto. Aprire una nuova impresa in Italia costa 2.673 euro, un valore che supera di quasi 7 volte la media europea di 399. Per fare un paio di esempi, nel Regno Unito sono sufficienti 33 euro, in Irlanda ne bastano 50 e in Bulgaria 56. Scegliere la Spagna comporta un costo di 115 euro e ne occorrono 176 in Germania. In Belgio la spesa iniziale è di 517 euro e risulta un po’ più onerosa in Lussemburgo (1.000 euro), Paesi Bassi (1.040) e Grecia (1.101). Guardando alle imposte, un imprenditore italiano impiega più di 35 giorni per adempiere alle procedure per pagare le tasse. Un dato che ci fa scivolare  al 134 posto del ranking parziale alle spalle di Tanzania, Guatemala, Burundi, Mozambico e Bangladesh.

Anche per ottenere l’allaccio della corrente elettrica si registrano tempi biblici. In Svezia per ottenere una connessione elettrica sono sufficienti 3 interazioni con il fornitore e 52 giorni. Perfino le ispezioni sono limitate: la società che si occupa della distribuzione dell’elettricità, Vattenfall, utilizza un sistema di informazione geografica (GIS) che consente l’elaborazione di una stima delle spese di connessione senza nemmeno andare sul posto. Storie di ‘un altro pianeta’ rispetto a ciò che avviene in Italia, dove l’accesso all’energia elettrica è addirittura più difficile che in Sudan, Eritrea, Afganistan, Etiopia e Nepal.

Chi tenta di mettersi in proprio dalle nostre parti deve mettere in conto tempi lunghi per ottenere permessi di costruzione, difficoltà di accesso al credito, imposte onerose e poche tutele in caso di insolvenza dei debitori. Ostacoli e difficoltà che finiscono per reprimere la propensione dei giovani a fare impresa: solo un giovane italiano su tre sogna di diventare imprenditore (fonte: rapporto Censis) contro il 56,3% dei coetanei spagnoli, il 48,4% dei francesi e il 35,3% dei tedeschi.

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