Il colpo sferrato da Standard & Poor’s all’Europa ed in particolare all’Italia è durissimo. Il downgrading nei confronti di ben nove Paesi europei ferisce l’UE e comporta il rischio di perdere il merito massimo di credito per il Fondo salva Stati. Allo stesso tempo indebolisce ulteriormente l’Euro, dimostrandone la fragilità strutturale, connessa ai modesti poteri e margini di intervento della BCE.

Per il nostro Paese aver perso la A dei bravi ed essere passato alla BBB+ dei mediocri è una punizione troppo dura ed immeritata, dopo la pesantissima manovra fatta in dicembre dal Governo, ancorché implicitamente recessiva. Questo comporta il rischio di vanificare gli sforzi compiuti, perché il debito pubblico italiano non potrà essere sottoscritto da molti investitori istituzionali e fondi pensione internazionali, che, per statuto, non possono investire in Paesi, che abbiano, sui rispettivi debiti sovrani o sulle prospettive dell’economia, un grade inserito nella fascia B.

Nel momento in cui, finalmente, la borsa aveva registrato un andamento positivo, lo spread con i titoli tedeschi si andava riducendo e, nelle ultime aste, i nostri titoli del Tesoro erano stati collocati a tassi mediamente inferiori di un punto rispetto a quelli del mese precedente, il cammino virtuoso ha subito una brusca frenata.

Il declassamento, quindi, appare sospetto e fa pensare che faccia parte di una strategia precisa di attacco per colpire l’Euro. Peraltro va ricordato che, non soltanto Standard & Poor’s, ma anche le altre due principali agenzie di rating, Moody’s e Fitch, che potrebbero presto uniformarsi alla medesima valutazione, sono società americane. L’ipotesi è rafforzata dalla circostanza non casuale che, da mesi, è in atto un palese scontro tra il mondo finanziario anglosassone e quello europeo, confermato dalle recenti mosse in difesa della city di Londra da parte del premier inglese Cameron.

A questo, pur legittimo, sospetto si potrebbe obiettare che anche gli USA, qualche mese fa, hanno subito un declassamento, perdendo la tripla A, con reazioni furibonde del Segretario al Tesoro Geithner e con l’approvazione da parte del Congresso americano di norme, che hanno avuto l’effetto di attenuare fortemente le conseguenze delle valutazioni delle Agenzie di rating.

In realtà si è trattato di contesti molto differenti, in quanto la retrocessione degli Stati Uniti era la conseguenza dell’esplosione, senza precedenti, del debito pubblico. Per quanto concerne l’Italia, il downgrading è arrivato mentre erano state approvate ben quattro pesanti manovre per contenerlo. Il conseguente effetto è quello di rischiare la sterilizzazione della loro ricaduta positiva, che dovrebbe garantire un avanzo primario in grado di portare al pareggio di bilancio a partire dal 2013 e, successivamente, di avviare il progressivo rientro nei parametri previsti dal Trattato di Maastricht, a partire dall’anno successivo. Tutto questo potrebbe avvenire a condizione di una ripresa della crescita economica, mentre una ulteriore fase depressiva, insieme ad un aumento dei costi per finanziare il debito stesso, avrebbero un effetto opposto.

Probabilmente, al di là di possibili interferenze, anche da parte dei grandi manovratori finanziari dei mercati internazionali, la principale critica che si può muovere alla iniziativa di S&P, riguarda le procedure burocratiche sottese al giudizio finale. Queste, nella maggior parte dei casi, arrivano in ritardo rispetto ai fenomeni analizzati, con il rischio di una inattualità del declassamento e di un suo effetto indotto in controtendenza. Anziché avvertire di un rischio non ancora percepito, sovente, tali giudizi arrivano quando i mercati, ampiamente preparati, hanno preso le proprie precauzioni ed i governi hanno approntato i rimedi necessari. Quindi finiscono soltanto col caducarne gli effetti positivi.

Nel caso del nostro Paese non si può, infine, non tenere conto che è di palese evidenza come l’affidabilità dello Stato italiano non è paragonabile a quella dei Paesi sudamericani o africani, ai quali siamo stati equiparati. Ne consegue che è facile sospettare che abbia prevalso nel giudizio espresso, l’interesse ad un declassamento europeo di massa per attaccare l’Euro. In tal caso non si poteva non punire l’Italia, che, anche per ragioni politiche, negli ultimi mesi, è stata additata, in parte ingiustamente, come l’accusato principale.

In effetti il Governo Berlusconi, cedendo alle pressioni della Lega e delle corporazioni, si è assunto la grave responsabilità di non effettuare nessuna delle riforme liberali, necessarie al Paese, che aveva promesso in campagna elettorale. La sua vera colpa è stata quella dell’assoluto immobilismo, anche se Tremonti si è sforzato di impedire l’ulteriore espansione della spesa clientelare.

Tuttavia il cambio di Governo ed i sacrifici imposti ai contribuenti italiani, avrebbero imposto una iniezione di fiducia, non una penalizzazione.

Oggi, dopo la sortita di S&P, sicuramente proditoria, Monti ha una ragione in più per procedere alla attuazione di un consistente programma  di privatizzazioni (di cui non parla più nessuno, e che invece sono necessarie) e di liberalizzazioni, per abbattere, con il ricavato delle cessioni di patrimonio pubblico, il debito accumulato e, allo stesso tempo, rilanciare la crescita economica, riducendo la spesa improduttiva, insieme alle rendite parassitarie e rendendo, quindi, più dinamico l’intero sistema.

L’ingiustizia subita indurrà il Presidente del Consiglio, che ne ha l’autorevolezza e la credibilità, conquistate con i fatti, a mettere in mora l’Eurogruppo, rispetto al suo dovere di difendere con strumenti più efficaci l’Euro, facendo comprendere alla Germania che non è esente dal rischio di venire essa stessa coinvolta. Inoltre, in seno all’UE, potrà richiedere un cambio di passo per meglio sostenere il Mercato Unico e la crescita, adottando decisioni coraggiose, in grado di rafforzare la coesione e far compiere all’intero Continente un passo avanti verso una reale unità politica.

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