Il risultato elettorale di Russia Unita non ha evidenziato solo un generale arretramento del partito, ma anche ampie discrepanze che emergono in tutta la loro forza disaggregando il dato nelle diverse circoscrizioni elettorali. Se nel Caucaso settentrionale il successo di RU non fa che confermare la situazione di emergenza – non solo democratica – in cui versa la martoriata regione (Cecenia 99,5%; Dagestan 91,4%; Inguscezia 91,0%), importanti flessioni sono state registrate in altre zone strategiche della Federazione.

Nel Distretto Federale Siberiano, dove il malcontento serpeggiante fra la popolazione è recentemente confluito addirittura in ‘pruriti’ separatisti, RU si aggira sul 35% (Kraj di Krasnojarsk 36,7%; Rajon di Irkutsk 34,9%; Oblast’ di Tomsk 37,5%). Risultato negativo anche nel Distretto Federale Nordoccidentale, al confine con Finlandia Estonia e Lettonia, dove il partito egemone non è riuscito a raggiungere il 40% in nessuno dei soggetti federali ivi ricompresi. Non a caso, le contromisure strategiche in vista delle elezioni presidenziali si impernieranno sulla rivitalizzazione dell’Obščerossijskij narodnyj front (pressoché latitante durante l’ultima tornata elettorale) quale canale di mobilitazione, partecipazione ed inclusione. Del resto per RU il campanello d’allarme è il 35,4% dei voti racimolato nella città che tradizionalmente assolve al ruolo di avanguardia ideologica e di termometro della politica del Paese, quella San Pietroburgo incubatrice di tutte le rivoluzioni.

Proprio nel caso della cosiddetta “Rivoluzione bianca”, la memoria – negativa – di quanto accaduto in Ucraina ne scoraggia in prospettiva una pedissequa riproposizione. Tuttavia, movimenti di protesta scaturiti da risultati elettorali dubbi hanno dimostrato una potenzialità delegittimante (come in Serbia nel 2000 o nella stessa Ucraina nel 2004) che nel medio termine potrebbe minare la credibilità del sistema politico russo e, segnatamente, del partito che ne è al vertice da due lustri.

Un’analisi apparsa sul giornale di Kiev Den (Il giorno), classifica gli errori compiuti da Putin – potenziali attivatori del processo “rivoluzionario” – in due categorie: strategici e tattici. Sotto il primo profilo, il più rilevante è sicuramente il mancato contrasto nei riguardi della corruzione dilagante nella Russia contemporanea. Il velato autoritarismo sembra aver aggravato la patologia già evidente in epoca tardo-sovietica, estesasi poi a macchia d’olio persino tra le fila dell’FSB (erede del KGB). Questa disfunzione ha minato alla base il “contratto informale” siglato fra Putin e il suo elettorato; rinuncia a porzioni di formale libertà politica, in cambio di un’efficace gestione della cosa pubblica e della Nazione.

Dal punto di vista tattico è interessante osservare come la “Rivoluzione arancione” ucraina sia stata parzialmente misconosciuta e travisata nelle sue cause reali dall’amministrazione Putin, scatenando un’isteria anti-occidentale e una sindrome da accerchiamento che sono andate in direzione esattamente contraria all’allargamento della base elettorale e del consenso (indispensabili se la lezione ucraina fosse stata correttamente metabolizzata). Nel 2005 la Federazione si è infatti dotata di un armamentario di movimenti, istituzioni, e celebrazioni degno di un regime totalitario. Spiccano fra questi i gruppi Naši e Molodaja Gvardija (già nome del periodico ufficiale del Komsomol, che durante gli anni ’60 ospitò numerosi interventi “frondisti” di intellettuali apertamente nazionalisti o panslavisti), apparati mediatici con format studiati per contrastare lo strapotere occidentale nella divulgazione e nell’analisi delle notizie (quali Russia Today), nonché  la ricorrenza del 4 novembre (pressoché sconosciuta a livello popolare ma fatta propria dalle frange nazionaliste che l’hanno trasformata nel pretesto per la “Marcia russa”).

Significativamente, sempre nel 2005 il principale ideologo del Cremlino Vladislav Surkov ha introdotto il concetto di “democrazia sovrana”, che è poi divenuto il nucleo del paradigma politico di Putin. La teoria, postulando la dipendenza della stabilità politica russa dalla politica estera e solo in via residuale dalle sfide poste sul fronte interno, ha permeato la retorica dell’amministrazione, ammantata di  neo-imperialismo e sciovinismo. Alla piena enunciazione di queste formulazioni non è estraneo l’apporto di Aleksandr Dugin, importante filosofo ideatore del neo-eurasismo (corrente ideologica antiliberale e anti-individualista che postula come forza dello Stato, efficienza dell’economia, potenza dell’esercito e sviluppo della produzione debbano essere strumenti per il compimento della missione storica affidata alla “Sacra Rus’”), che per eterogenesi dei fini ha sostenuto Putin nei primi anni della sua presidenza.

Altro errore tattico è stato la sottovalutazione ‘putiniana’ della forza e del significato del movimento democratizzatore in Russia che, seppur numericamente minoritario, affonda le sue radici almeno nella Rivolta dei Decabristi nel 1825. Tuttavia, a parziale giustificazione della miopia del tandem governativo, va rilevato che i precedenti tentativi di democratizzazione in Russia, dal 1825 al 1991-1999 passando per il 1905-1917, hanno avuto esiti non all’altezza delle aspettative. Anche l’impulso democratico odierno può incappare a sua volta nella deriva esperita dai movimenti d’età ‘gorbaciovana’ e ‘eltsiniana’, condannati dalla frammentazione nel campo dei liberali e fagocitati dal nazionalismo imperiale e dal pregiudizio anti-occidentale.

Passando ad un esame delle prospettive future della “Rivoluzione bianca”, sembra che anche oggi – come nei primi anni ’90 – ci sia sovrabbondanza di leader nel campo riformista. Il conseguente frazionamento avvantaggerebbe senz’altro una RU coesa, che per sovrappiù potrebbe inserire in lista qualche candidato liberale, anche tramite l’ONF, depauperando ulteriormente il bacino elettorale “democratico”.

Ancora, la postura occidentale potrebbe avere effetti perversi proprio sulle forze politiche russe più disponibili al confronto. L’espansione ad est della NATO ed i bombardamenti sulla Serbia indebolirono significativamente la posizione dei liberali russi filo-occidentali agli inizi del nuovo millennio. Il riacutizzarsi del contrasto (che oggi passa per la contesa in Iran e lo scudo missilistico est europeo, senza dimenticare il valore simbolico del Kosovo) toglie oggettivamente argomentazioni ai sostenitori del dialogo. L’anti-occidentalismo è infatti ancora profondamente radicato nella coscienza collettiva della Russia, in particolare nel vivissimo dibattito filosofico che fluisce grandemente sottovalutato dai media occidentali. Questa corrente di pensiero ha goduto di vasto credito sia durante il periodo zarista pre-rivoluzionario, sia nel corso della fase sovietico-staliniana e durante la presidenza Putin. L’eventualità di una erosione dell’identità russa da parte di agenti esogeni occidentali potrebbe essere utilizzata dal partito egemone per screditare il campo “rivoluzionario”, mettendo in discussione il patriottismo e la lealtà alla Patria dei liberali.

Un’ulteriore questione che i “bianchi” dovranno affrontare sarà il rapporto con le ex repubbliche sovietiche, specie Ucraina e Bielorussia. Pur se in un quadro di riferimento ben più drammatico, i precursori dei potenziali “rivoluzionari” di oggi – i decabristi del 1825 e le armate bianche del 1918-1922, furono incapaci di allontanarsi dal paradigma imperiale. Gli Ucraini usano dire che “la democrazia russa finisce dove inizia l’indipendenza ucraina”. Tutto lascia prevedere che i “rivoluzionari bianchi” dei nostri giorni sapranno riconoscere l’indipendenza e la sovranità delle ex repubbliche sovietiche, ma il precedente storico non può esser sottovalutato – anche per la forza di partiti nazional-populisti e panslavisti (segnatamente, LDPR e KPRF) all’interno del movimento di protesta.

Proprio dirimere il conflitto latente fra le diverse anime del movimento rappresenterà la sfida maggiore per il successo della “Rivoluzione bianca”. Se i sondaggi hanno chiaramente mostrato come l’anima liberale rappresenti il nucleo dei manifestanti, i liberaldemocratici di Žirinovskij e i comunisti di Zjuganov sono portatori di visioni del mondo nettamente antidemocratiche e anti-individualiste. Considerando inoltre la presa che queste formazioni possono vantare sull’elettorato russo, ben maggiore di quanto fatto registrare dai liberali, sembra difficile prevedere una pacifica estromissione delle ali estreme dallo schieramento “rivoluzionario”.

Da un punto di vista generale, il dato di fondo è che le elite avvicendatesi al potere in Russia hanno spesso tratto nocumento dall’eccessiva attenzione riposta sulla proiezione internazionale della nazione. La “Rivoluzione bianca” potrà conseguire un reale successo solo se saprà elaborare strategie concrete di risposta ai problemi interni del Paese, sfida del resto apparentemente raccolta anche da RU. E’ in questa partita che si giocheranno equilibri politici e – forse – destini geopolitici della Federazione Russa nei prossimi anni.

© Rivoluzione Liberale

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