Pochi giorni fa, un quotidiano sicuramente non “frondista” quale il The New York Times, ha pubblicato un interessante contributo di  Robert M. Fishman, professore di sociologia all’università di Notre Dame.

In sintesi, la riflessione parte da una constatazione lapalissiana: le crisi esplose in tre grandi Paesi dell’Eurozona (Grecia, Irlanda e Portogallo) sono profondamente diverse. E, mentre Grecia e Irlanda sono state travolte da criticità economiche e squilibri facilmente individuabili (andando dai conti truccati del paese ellenico al “dumping fiscale” della “tigre celtica”), la situazione portoghese solleva interrogativi più delicati.

A differenza delle prime due economie entrate nella bufera, infatti, il Portogallo presentava un’economia molto più solida, che ha resistito anche durante la congerie globale del 2008-2009. Il PIL del Paese iberico (misura approssimativa ma pur sempre indicativa dello stato di salute di un Paese), dopo un calo del 2,6% nel 2009, aveva registrato un recupero dell’1% nel 2010. Non solo; nel primo quarto del 2010, il Portogallo si era segnalato per una robusta rimonta dell’export e degli ordinativi industriali.

Cosa, allora, ha scatenato la crisi? Come illustrato da Vittorio Da Rod, su Il sole 24 ore, il Portogallo si è “arreso quando si è reso conto che non poteva continuare a rivolgersi al mercato ai tassi proibitivi a cui era arrivato, livelli più alti di quelli dei T-bill greci”.

In sintesi, finanziare il proprio debito pubblico (pari al 76,8% del PIL nel 2009 – ben al di sotto dei livelli di altre economie europee quali Belgio e Italia) era diventato per il Portogallo un’impresa al di sopra delle proprie possibilità. La ragione? È nuovamente spiegata dal professor Fishman: i molteplici downgrade (revisione al ribasso da parte di una società di rating dell’affidabilità di un ente emittente obbligazioni nel ripagare i creditori) sul rating del debito pubblico portoghese hanno generato un balzo nei tassi di interesse dei titoli di Stato. Il differenziale con il bund tedesco è cresciuto fino ai 648 punti base di inizio maggio, quando il rendimento del bond decennale lusitano si attestava al 9,69%.

Il cuore della vicenda, per il professore, è proprio questo: i downgrade delle agenzie di rating sono diventati, letteralmente, self-fulfilling prophecies. Profezie autoverificantesi che portano a massicci incrementi del costo del denaro di cui un Paese si approvvigiona, trascinandolo ipso facto alla ricerca di “piani di salvataggio”.

Fishman sostiene ancora che avendo distorto la percezione del mercato nei riguardi della stabilità portoghese, le agenzie di rating hanno minato sia la ripresa economica che la libertà politica. Simili accuse sono state rivolte a queste istituzioni anche dalla Spagna, che ha denunciato Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch al Tribunale Nazionale di Madrid per le modalità opache e le tempistiche sospette con cui si sono abbattute sul debito pubblico spagnolo.

Tralascerei la valutazione sul merito della decisione del downgrade portoghese (Fishman sostiene che le cause possono essere due: un quinquennio di spese eccessive dovute alla robusta crescita economica del decennio 1990-2000, oppure una idiosincrasia dei fondamentalisti del mercato verso il modello di economia mista incarnato dal Portogallo, con ampi settori produttivi ancora sotto la guida pubblica) per concentrarmi sul significato politico-sociale delle recenti crisi che hanno coinvolto i suddetti Paesi.

Le democrazie liberali europee garantiscono il più ampio livello di protezione dei diritti e delle libertà individuali. Si tratta di conquiste che hanno richiesto una gestazione secolare, che non possono esser messe in discussione da meccanismi opachi e istituzioni finanziarie che nulla attingono alla sfera del “libero mercato”. Credit default swap, bond trader, agenzie di rating e così via incidono pesantemente sulla vita dei cittadini e dei governi che li rappresentano, senza nulla aggiungere alla loro libertà economica e politica. Attentare al benessere delle nazioni tramite l’ingegneria finanziaria è profondamente illiberale; è una pratica da censurare nel modo più assoluto, proprio per preservare quelle conquiste civili e sociali di cui l’Europa è espressione e punto di riferimento.

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