E’ trascorso un lustro da quando la Commissione europea, in risposta alla legge Gasparri del 2004, ha avviato una procedura d’infrazione sulle regole comunitarie nella concorrenza dei mercati tv, da allora congelata in attesa dell’assegnazione delle frequenze.

Il tema è tornato sotto i riflettori mediatici nell’ultimo mese dello scorso anno perché l’assegnazione gratuita ed ‘ereditaria’ delle frequenze televisive (che altrove costituiscono un piccolo patrimonio di rendita annuale allo Stato) nell’ambito delle pesanti riforme varate dal Governo Monti, per l’opinione pubblica, strideva come il padre di tutti i gessi sulla lavagna dei sacrifici richiesti al popolo italiano.

Per questo la politica si è mossa, come sempre sull’onda dell’emotività (pubblica), per la trasformazione dell’assegnazione gratuita teorizzata in una forma di asta, che però non garantirebbe affatto la pluralità chiesta dall’Ue, ma solamente che ad appropriarsi delle migliori frequenze siano i broadcaster più facoltosi, ossia i soliti noti, senza alcuna considerazione per l’uso che ne verrebbe fatto dal punto di vista qualitativo.

Questo significa osservare la situazione solo dal punto di vista del breve periodo (accaparrarsi un introito quanto maggiore possibile) senza tenere in conto l’evoluzione del mercato televisivo italiano, che invece è sempre più bisognoso di nuovi editori e nuovi contenuti.

Il problema non risiede tanto nella forma di assegnazione dello “spettro frequenziale”, asta o beauty contest che sia, quanto nelle regole che discriminano l’assegnazione o meno. Nel resto d’Europa la forma di beauty contest su base gratuita è quella preferita, ma la conditio sine qua non discriminante è la reale competitività tra i broadcaster, senza cui viene meno il requisito della effettiva concorrenza.

Quando in Francia, ad esempio, nell’ottobre del 2011 il Consiglio superiore dell’audiovisivo francese (CSA) è stato tacciato di aver favorito i canali nazionali storici nell’assegnazione di alcune frequenze, è intervenuta l’Ue respingendo il conferimento perché non rispettoso dei criteri di concorrenza e pluralità.

Criteri che vengono generalmente garantiti grazie alla separazione tra i “fornitori di contenuti” e gli “operatori di rete”, organismi terzi indipendenti che gestiscono le frequenze e la messa in onda dei contenuti: Albertis in Spagna, Arqiva in Inghilterra e Tdf in Francia, per citarne alcuni.

In Svezia i principi adottati nella procedura d’assegnazione sono stati il pluralismo, l’accessibilità e la varietà, come attesta il documento della European Platform of Regulatory Authorities del 2002. Il beauty contest italiano invece, per dirla con le parole degli economisti Carlo Cambini e Antonio Cassano, “regala un bene pubblico di altissimo valore, vìola i principi di neutralità del servizio e della tecnologia, favorisce gli operatori italiani verticalmente integrati, assegna le frequenze migliori agli incumbent e di fatto cristallizza il mercato. Soprattutto, non contribuisce a creare le condizioni per un uso razionale dello spettro e non apre il mercato come richiesto dall’Europa per chiudere la procedura di infrazione”.

Forse, per risolvere il nodo della gratuità dell’assegnazione si potrebbe infine imitare l’Inghilterra, che ha già delineato nuove regole per la tariffazione dello spettro televisivo definendo l’adozione di prezzi amministrati legati all’uso dello stesso a partire dal 2014.

In questo modo si otterrebbero i famosi due piccioni con una fava: da un lato si avrebbe una competizione basata non sulla disponibilità economica (lasciando spazio ai piccoli operatori qualitativamente meritevoli), che potrebbe portare ad un generale miglioramento dell’offerta grazie ad una maggiore competitività nei contenuti, mentre dall’altro si avrebbe un consistente gettito annuale assicurato per gli anni a venire.

Se si volesse davvero procedere con un “beauty contest” gratuito, si dovrebbe anche imporre una separazione verticale tra “fornitori di contenuti” e “operatori di rete”; questi ultimi, come avviene in tutta Europa, gestirebbero le reti e le frequenze e metterebbero a disposizione dei primi la sola capacità trasmissiva. Si tratterebbe di una radicale e positiva trasformazione del mercato televisivo, anche se bisogna riconoscere che non sarebbe facile da realizzare oggi in Italia.

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