Pesano come un macigno le recenti dichiarazioni del presidente della Bce, Mario Draghi, che ha definito “gravissima” la situazione economico-finanziaria dell’Eurozona.

Parole che riverberano dalle Alpi alle Piramidi una massiccia dose di pessimismo; tuttavia altri dati dovrebbero confortarci, come il calo del debito pubblico passato da 1909 miliardi di euro a 1904 o come i numeri sull’attività di recupero dell’evasione fiscale che provengono dall’Agenzia delle Entrate.

Briciole, certo, ma anche segnali incoraggianti se vogliamo. Da condannare anche gli ultimi voltafaccia del transalpino Nicolas Sarkozy e della cancelliera-maestrina dalla penna rossa, Angela Merkel, che hanno liquidato l’incontro con Monti con un pilatesco: “L’Italia ce la farà da sola”.

Non abbiamo motivo di dubitarne, e dello stesso avviso è il nostro Premier che, cancellato dall’agenda l’incontro previsto con i due leader franco-tedeschi (Monti e la Merkel si vedranno comunque il 30 gennaio, a poche ore dal vertice in cui potrebbe essere varato il Trattato sul ‘Fiscal compact’, cioè l’unione fiscale a 26, per intenderci quello osteggiato dall’inquilino di Downing Street che ha tirato fuori proprio l’Inghilterra), ha optato per il british-style di Cameron al quale ha illustrato ieri la nostra manovra e le riforme virtuose che verranno, ma soprattutto ha voluto convincere gli investitori inglesi della City a guardare con fiducia all’Italia, il tutto con il diplomatico tentativo di ricucire lo strappo creatosi tra Londra, Berlino e Parigi. Il presidente del Consiglio al momento fa spallucce sull’annunciato declassamento delle agenzie di rating, che dalla sera alla mattina avrebbero deciso di spedirci nel campionato cadetto – economicamente parlando – come si fa con le etichette incollate sugli elettrodomestici che consumano tanto e male.

Dalle parti di largo Chigi la situazione è esplosiva. Il tassametro corre, così come le bottiglie, i petardi e i cazzotti. Argomento caldo quello delle liberalizzazioni e il settore dei conducenti di auto bianche non l’ha presa bene, com’era prevedibile. Si tenta la via della mediazione, anche se il Governo non sembra propenso a fare sconti, con il Pdl che scalpita per ottenere garanzie da rivendere all’elettorato.

Il tema delle liberalizzazioni è centrale ora come ora, soprattutto in un Paese dove i concetti di competitività, libero mercato e scorciatoie alle iniziative imprenditoriali languono da anni nei cassetti dei buoni propositi. E’ risaputo che monopoli e oligopoli non favoriscono né la crescita, né la concorrenza, né l’abbassamento dei prezzi per l’utente che deve usufruire di tale servizio, ma per cambiare le regole servono un Governo e un Parlamento con gli ‘attributi’. Le categorie sotto attacco, al di là delle minacce di mettere a ferro e fuoco Roma, ripetono la stessa solfa, cioè che con l’introduzione della concorrenza verrebbe meno la qualità dell’offerta con il conseguente impoverimento degli addetti ai lavori, già tartassati secondo il loro punto di vista.

A parte il fatto che il consumatore, avendo più scelta, potrà (finalmente) decidere se farsi spennare o meno, ma saprà certamente barcamenarsi fra professionisti e ‘soloni’ puntando a ciò che più gli conviene. Sulle categorie che si sentono tartassate, infine, basterebbe allegare la tabella sui redditi dei lavoratori autonomi diffusa in questi giorni dal ministero dell’Economia per scoprire gli ‘altarini’ e smascherare le migliaia di finti poveri che dichiarano una miseria svolgendo attività come (appunto) il tassista, l’orafo, l’architetto, l’avvocato, il parrucchiere, il noleggiatore, ecc.

Liberalizzare questi settori, però, non sarà certo la panacea di tutti i mali. I veri potentati – e qui nelle concitate proteste hanno ragione tassisti e compagnia cantante – si annidano altrove: ferrovie, assicurazioni, energia, poste, autostrade, servizi pubblici locali. Il ‘pacchetto’, insomma, non può tenere fuori questi ‘centri benessere’. La lenzuolata dovrà essere trasversale.

Frattanto Alfano, Bersani e Casini, a colloquio con Monti, hanno mostrato un certo senso di responsabilità e un’armonia non solo di facciata. Non va sottovalutato questo face to face Parlamento-Governo. Qualcuno sostiene si sia trattato di un incontro dai sorrisi a denti stretti (a parte il Terzo Polo), ma del resto al Pd conviene starsene buono visto che Monti si trova lì soprattutto grazie a Napolitano e poi anche perché il Premier attraverso l’inasprimento della lotta all’evasione ha assecondato una delle richieste-cardine di Bersani. ‘Maretta’, se ci sarà, per il Partito democratico arriverà con la riforma del lavoro, dove forse i rospi saranno più duri da digerire. Alfano se la sta cavando in questa fase, anche se i rigurgiti di Berlusconi sulle liberalizzazioni non possono farlo dormire fra due guanciali. Per ora tiene botta. Fuori dal Parlamento, anche Vendola pare essersi acquietato, al contrario di Di Pietro che però sembra tutto fumo e niente arrosto. Con la Lega fuori gioco (e dai… Maroni), la nave-Monti solca acque abbastanza tranquille.

Attenzione alle secche però, di questi tempi è meglio non avventurarsi in manovre azzardate.

© Rivoluzione Liberale

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