I tunisini ci stanno dando una grande lezione: portano acqua, pane, datteri ai profughi di Ras Jedir, aprono le loro case per dare un tetto a questa povera gente. Si sono mobilitati tutti: l’esercito, la mezzaluna rossa, la protezione civile, i giovani, come se questo Paese non stesse già attraversando un momento difficile. La Tunisia avrebbe potuto tranquillamente respingere questa marea umana, lasciandola dietro le cancellate della frontiera libica. Invece no, si è fatta carico anche di questo “problema”. La popolazione si sente orgogliosa di aiutare gli altri, e lo fanno sorridendo. E quando gli viene chiesto perché aiutino persone che non sono nemmeno arabe o musulmane, rispondono: perché questo è il Mediterraneo, siamo tutti fratelli, come gli italiani aiutano chi arriva a Lampedusa noi aiutiamo chi fugge dalla Libia. Parole che pesano!

Scappare ad ogni costo. Guardando i volti dei rifugiati, si può leggere dolore e disperazione. Qualcuno ha potuto portare con sé il minimo indispensabile per sopravvivere, molti hanno soltanto salvato la pelle da un inferno dal quale non vedevano via d’uscita. I non libici, sono presi maggiormente di mira dalle incontrollabili bande armate, che puntano ai risparmi di una vita. Arrivare in Tunisia è una vera liberazione. Resta il fatto che il numero sempre maggiore di arrivi ha provocato un grave problema logistico. Vicino al grande cancello che segna il posto di frontiera, altre migliaia di persone arrivano a piedi o in macchina, evocando immagini bibliche.

I più fortunati sono i tunisini, che ritrovano rapidamente le loro famiglie, o un mezzo che li riporta a casa. Gli altri raggiungono la massa umana sulla carreggiata. Non lontano dal cancello, ci sono le tende del comitato popolare di Ben Guerdane con i suoi giovanissimi volontari, che danno un primo piccolo sostegno ai nuovi arrivati. Hanno trasformato il ristorante della dogana in deposito viveri, che arrivano grazie alla generosità della popolazione di Ben Guerdane, delle cittadine del sud del Paese e tramite i volontari che vengono dalla Capitale. Il morale è, tutto sommato, buono, anche se non nascondono una certa preoccupazione davanti al flusso che non cessa a diminuire. Con loro ci sono le associazioni umanitarie, il PAM, l’UNHCR, l’UNICEF che, dopo un inizio un pò caotico (più per colpa dei ritardi delle “grandi” organizzazioni che per colpa delle “piccole” organizzazioni locali) sono finalmente riuscite a portare la capacità di ricovero del campo umanitario di Ras Jedir a 20.000 unità. Ma il Generale Essousi, responsabile del campo dice che “tecnicamente questo è un campo di transito. La permanenza degli stranieri scappati dalla Libia non dovrebbe superare i tre giorni.

Ci sono però persone che sono qui da più di una settimana. La tensione cresce”. A Ras Jedir con gli sfollati senza futuro, pochi giorni fa hanno attraversato la frontiera diverse macchine con targa diplomatica, tra di loro si trovavano anche l’ambasciatore di Russia, quella dell’Indonesia e il personale consolare delle Filippine. Ras Jedir e Choucha continuano ad accogliere uomini, donne e bambini in fuga. Sono originari del Bangladesh, Vietnam, Mali e Ghana. Gli egiziani sono ormai rari dopo il passaggio delle quasi 30.000 persone nei primi giorni di “scontri”.

La loro evacuazione è stata portata a termine dopo numerosi appelli fatti alla comunità internazionale, che ha finalmente messo in piedi un sistema di rotazione aerea e marittima. Così sono stati riportati a casa, 16.000 egiziani, 1.500 cinesi, 600 vietnamiti. L’Italia, da parte sua, ha rimpatriato 300 egiziani, 60 abitanti del Mali e messo in piedi una base logistica che contribuisce al coordinamento delle varie organizzazioni presenti sul posto.

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