La frase-tormentone dell’anno è: “Si poteva fare di più e meglio”. La ripetono all’unisono Berlusconi e Bersani e tutto il gotha di Pdl e Pd ma a nessuno viene in mente di replicar loro punto su punto: “Avreste fatto di meglio, voialtri?”. Silenzio di tomba, ovvia la risposta. Del resto dal di fuori è sempre stato facile criticare senza dare consigli utili a chi invece ha il peso della responsabilità e il non facile compito di prendere decisioni talvolta impopolari.

Il CdM ha partorito il decreto legge sulle liberalizzazioni. Si può stare a disquisire ore se tale provvedimento sarà davvero efficace per far uscire l’Italia dalle infestate paludi della recessione. Monti giura di sì e porta con sé numeri e percentuali (un’analisi dell’Ocse che rileva che con l’adozione di misure di liberalizzazione si produrrebbe una crescita stimabile in oltre 10 punti percentuali, un aumento del Pil dell’11% e un aumento dei salari reali di quasi il 12%) che se rispondessero al vero potrebbero davvero far tornare il sorriso sulle facce tristi e stanche degli italiani.

I due grandi partiti che si sono contesi negli ultimi quindici anni il ruolo di guida del Paese bevono l’amaro calice, cercando di fare buon viso a cattivo gioco, dispensando sguardi di ottimismo ai commensali. Sotto sotto stanno preparando la controffensiva a suon di emendamenti da portare in Parlamento. Berlusconi, come Nessie dal lago omonimo, ha fatto capolino dalle acque torbide in cui stava a bagnomaria per lanciare l’allarme: “Ci aspetteremmo di essere richiamati ad occupare le posizioni di governo che avevamo prima, visto che questa è la democrazia e noi siamo stati eletti”, poi l’affondo sull’Esecutivo, “La cura del governo tecnico non ha dato alcun frutto”. Un Berlusconi guastafeste, verrebbe da pensare. Macché, “non molleremo il governo se non c’è una soluzione alternativa che promette di essere positiva, è inutile, andiamo avanti così”. Ciò che più preoccupa il Cavaliere è il crollo verticale nei sondaggi del Popolo della Libertà (sceso ai minimi termini e arenatosi al 23%) così come quello borsistico dell’azienda di famiglia per effetto della “sospensione per novanta giorni – ha detto il ministro Passera – della procedura di assegnazione delle frequenze per avere il tempo di definire al meglio la destinazione delle frequenze stesse”. Dai brividi lungo la schiena dell’ex Premier per i ‘canali’ di approvvigionamento, alle critiche all’Europa, accusata (Germania in testa) di essere l’artefice della crisi economica. Un accenno allo spread che non è calato poi tanto con l’arrivo dei tecnici, e fine dell’omelia. Insomma, can che abbaia non morde.

Chi in fondo si sta giocando bene le sue carte è il Terzo Polo, che si tiene fuori dai rovi dando carta bianca a Monti, una linea di condotta adottata dall’inizio del Governo tecnico e fino ad ora mantenuta. Peccato per quella cartolina-gaffe dai mari caldi dell’Oceano Indiano (Fini, Rutelli e Schifani in vacanza alle Maldive): uno schiaffo alla miseria di chi una vacanza del genere se la sogna.

Bersani, immortalato dinanzi a un boccale di schiumante birra durante i preparativi di un discorso, non nasconde la volontà di giocarsi le sue carte, in tema di correzioni al decreto legge, direttamente dai banchi del Parlamento. Come per il Pdl (se Atene piange, Sparta non ride), il Pd sa di dover lasciare a Monti il lavoro sporco, ma sa anche di dover dire “qualcosa di sinistra” alla base per non perdere il consenso, perché anche da quel punto di vista ci sono degli scricchiolii. Nonostante dermatiti urticanti, anche il Partito democratico non ci pensa affatto a silurare il ‘bocconiano’. La prova del nove per Bersani, Finocchiaro, Bindi e Letta sarà la riforma del lavoro.

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