Ci sarà una terza Guerra del Golfo?  Gli ingredienti per un conflitto armato sembrano esserci tutti. Teheran ha terminato da poco una grande esercitazione della sua marina militare nel Golfo Persico. Per alimentare ulteriormente la tensione, il regime dei mollah ha deciso di riportare alla ribalta la questione nucleare annunciando l’inizio delle operazioni di arricchimento di uranio nel nuovo sito sotterraneo di Fordo. La giustizia iraniana ha poi lanciato una nuova sfida agli Stati Uniti condannando a morte Amir Mirzai Hekmati, ex marine di origine iraniana, accusato di essere un collaboratore della CIA. A questo si aggiunge la cattura di un segretissimo drone americano. Una serie di successi degni di nota per gli iraniani.

Successi che, nonostante lo spettro delle sanzioni sempre più pesanti che plana sulle sue esportazioni petrolifere, hanno portato il regime iraniano a minacciare la chiusura dello Stretto di Hormuz, stretto dal quale transita il 30% dell’approvvigionamento mondiale. Ricordiamo che in base alla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto marittimo del 1982, tutte le navi, qualsiasi sia la loro bandiera, beneficiano del diritto di passaggio dallo stretto. Ovviamente l’Occidente non ha tardato a reagire, ‘promettendo’ una mobilitazione generale, se questo accadesse.

Se questo accadesse, appunto. Ma malgrado questo scambio d’idee dai toni minacciosi, è poco probabile che l’Iran attui le sue minacce perché la sua forza militare non è sufficiente a chiudere lo Stretto. La sua forza sta in questo momento solo nelle parole. Minacciando di impedire il passaggio delle petroliere, può influenzare il prezzo del petrolio, sperando così di intimidire gli USA e l’UE e persuaderli a non adottare altre sanzioni legate al programma nucleare. E’ un tentativo di distogliere l’attenzione dal vero problema, che è quello della continua violazione da parte dell’Iran dei suoi obblighi internazionali in materia di nucleare.

Questo scambio di pesanti battute coincide perfettamente con la politica estera di Ali Khamenei, la Guida Suprema: “L’Iran risponderà alle minacce con le minacce”. E la retorica incendiaria del regime ha senza alcun dubbio attirato l’attenzione del Mondo, ricordando all’Occidente e ai suoi alleati nella regione quanto il Golfo Persico sia una polveriera e il minimo errore di calcolo rischia di scatenare una guerra di dimensioni catastrofiche. In realtà, Khamanei, che in Iran è unico arbitro della politica interna e delle relazioni internazionali, si è rivelato essere un discutibile negoziatore e questa serie di minacce non è che l’ultima uscita suscettibile di rimettere in questione i calcoli strategici della Guida Suprema. Teheran può certamente trarre vantaggio da quest’ultimatum e dall’aumento del prezzo del barile, ma un blocco dello Stretto priverebbe il Governo iraniano della metà delle sue entrate, avvelenerebbe le relazioni con Giappone e Cina, susciterebbe l’ira di Oman (che non gli permetterebbe più di passare per casa sua e dribblare così ogni sanzione) e Iraq, suoi ultimi alleati nella regione, e potrebbe facilmente aggravare il conflitto con Washington fino a un punto di non ritorno. L’Iran farebbe un autogol di proporzioni epiche.

La storia della politica estera della Repubblica Islamica è piena di passi falsi e la gestione della crisi nucleare iraniana è una delle prove della cattiva strategia di Khamenei. La tempesta scatenata dalla creazione del programma atomico iraniano, dieci anni fa, fu per la Guida Suprema una vera benedizione. Per la prima volta dalla guerra Iran-Iraq, il regime aveva trovato il modo per rivitalizzare lo spirito di corpo ormai allo stremo, ricompattare la nazione sotto la bandiera, rinforzare il peso dell’Iran nel Mondo Islamico e crepare un’alleanza internazionale ostile. Nel 2003, lo choc e la paura suscitati dalla destituzione di Saddam Hussein avevano portato l’ayatollah conservatore a preferire il compromesso al conflitto. Ma quando i negoziati con gli europei non avevano ottenuto il consenso degli USA,  Khamenei aveva concluso che la ‘diplomazia nucleare’ fosse quella vincente.

Il Programma nucleare era la soluzione a tutti i problemi, incarnava l’apoteosi dell’audacia rivoluzionaria iraniana. Ma se all’inizio la politica della tensione ha funzionato (Khamenei contava molto sulla presenza di Cina e Russia in seno al Consiglio di Sicurezza delle NU), con il passare degli anni, le sue leggerezze politiche, unite alla mediocrità diplomatica di Ahmadinejad porteranno all’Iran una serie infinita di sanzioni. L’arroganza nucleare di Khamenei ha solamente causato grande miseria al popolo iraniano.

Dieci anni dopo l’inizio della crisi nucleare, l’Iran si vede diviso a livello nazionale, sminuito a quello regionale e isolato sul piano internazionale. Si gioca la carta della diplomazia con una gande tournée in America Latina, che nonostante gli ‘onori’ con i quali è stato ricevuto Ahmadinejad, è un vero flop. Oltre alla comune antipatia per Washington, i Presidenti di Venezuela, Equador, Nicaragua e Cuba hanno ‘accolto’ il Presidente iraniano per questioni puramente economiche.

L’Iran è riuscito a firmare con questi quattro Paesi importanti accordi commerciali, che ‘ammorbidiscono’ un po’ le sanzioni economiche che l’hanno colpito. In Venezuela, l’Iran ha investito più di 5 miliardi di dollari in diversi settori industriali, dall’industria del cemento a quella automobilistica. Come produttori di petrolio, i due Paesi tengono a rivendicare la loro indipendenza di fronte al più grande consumatore del mondo: gli Stati Uniti. L’Equador, la cui economia è anch’essa legata alle esportazioni di petrolio, condivide la stessa linea. Da parte loro, Cuba e Nicaragua sono interessate ad aumentare i loro approvvigionamenti in petrolio iraniano in cambio di un supporto economico che gli permetta di intraprendere dei progetti di sviluppo. Oltre all’appoggio ottenuto dai quattro presidenti in difesa del ‘diritto’ dell’Iran a sviluppare l’energia nucleare e a qualche accordo economico, nessun aiuto concreto è stato offerto a Teheran, un contentino, non di più. Nonostante i contatti con Chavez e i suoi alleati più sinceri, Ahmadinejad rimane persona non gradita in tutti gli altri Stati dell’America Latina, Brasile e Argentina in testa.

Il 2012 è anno di elezioni per tre dei protagonisti di questa storia. Obama e Sarkozy devono confrontarsi a pesanti difficoltà di politica interna, Ahmadinejad ‘riscattarsi’ dalle elezioni contestate del 2009. Per lui, Khamenei e tutti i ‘simpatizzanti’ del regime, parlare di nucleare e mostrare la forza delle autorità iraniane è più facile che discutere della miseria che scuote il Paese. Nessuno dei tre può permettersi una guerra. Bisogna vedere ora come reagiranno le monarchie del Golfo, Islamiche e sunnite, all’intransigenza di un regime ultraconservatore e sciita. Senza dimenticare l’incognita Israele.

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