Esiste un gruppo di 17 elementi chimici, sparsi sulla superficie terrestre in abbondante quantita’ ma in piccole concentrazioni, essenziale per la produzione di superconduttori, supermagneti, computer, batterie ultraleggere, sistemi audio, schermi a cristalli liquidi, apparecchiature per la risonanza magnetica, fibre ottiche, catalizzatori per automobili e per lo sviluppo di tecnologie rinnovabili.

Questi elementi, noti col nome volgare “terre rare”,  sono una risorsa chiave per lo sviluppo dei settori hi-tech mondiali, e la loro domanda, in continua crescita da oltre un decennio, ha avuto un’impennata negli ultimi anni proprio con la diffusione delle tecnologie rinnovabili nei paesi industrializzati.

Nello scenario internazionale la Cina ha praticamente il monopolio su questi elementi, con il 97% della fornitura mondiale.

Per questo si capisce come la volonta’ di del Ministero del Commercio di Pechino di ridurre la quota di esportazioni all’estero, dopo una precedente contrazione pari al 60% nel 2010, di un altro 35% all’inizio del 2011, abbia scatenato il panico sui mercati.

Mentre i prezzi sono schizzati alle stelle, con aumenti fino al 720% per singolo elemento nel corso del 2010, le azioni dei due maggiori produttori occidentali (la Molycorp americana e la Lynas australiana) hanno segnato un aumento rispettivo del 154% e 125% nel corso del secondo semestre 2010.

Messi alle strette dalla politica cinese, che punta a costituire riserve strategiche mentre limita l’offerta alzando cosi i prezzi, le nazioni importatrici occidentali hanno riattivato le miniere abbandonate negli anni ’90 e ora sondano il terreno (letteralmente) alla ricerca di nuovi giacimenti, mentre predispongono piani di riciclo e recupero dai rifiuti elettronici.

Se da un lato c’e’ chi grida all’apocalisse economica (nonche’ diplomatica), la storia insegna invece che, all’aumento dei prezzi delle materie prime, la ricerca di nuovi giacimenti diventa economicamente profittevole, come accade quotidianamente per il petrolio e per l’uranio.

Se quindi la reazione mondiale alle restrizioni sull’esportazione cinese non si e’ fatta attendere, il caso e’ emblematico ed istruttivo per i paesi occidentali, che per due decenni hanno demandato alla Cina per intero l’estrazione mondiale, poiche’ offriva prezzi piu’ bassi e si accollava l’inquinamento che la lavorazione di questi metalli comporta, senza chiedersi cosa sarebbe poi successo nell’intervallo di pochi anni.

Oggi si e’ compreso, in questo ambito, che seguire sempre il mercato e acquistare le risorse dove costano meno senza curarsi di sviluppare o mantenere una capacita’ produttiva nazionale porta a grosse falle strategiche nel medio periodo. Ma questa lezione sara’ valida nel futuro anche per altri settori altrettanto essenziali?