A distanza di più di un mese dalle elezioni parlamentari di metà dicembre, il risultato elettorale complessivo può essere interpretato alla luce della sua composizione nei vari distretti elettorali che compongono la Federazione Russa. Ciò che emerge in tutta la sua forza è l’arretramento e la frammentazione del partito egemone Russia Unita. Evidenziate le maggioranze bulgare nelle tormentate repubbliche caucasiche (Cecenia 99,5%; Daghestan 91,4%; Inguscezia 91,0%), lampanti arretramenti vengono da altre zone strategiche della Federazione.

Nel Distretto Federale Siberiano, terra ricchissima di risorse, strategica per l’economia del Paese ma negletta dall’establishment di RU, questa ha raccolto ben quindici punti in meno rispetto al risultato nazionale del 49,32% (a titolo di esempio, Kraj di Krasnojarsk 36,7%; Oblast’ di Irkutsk 34,9%; Oblast’ di Tomsk 37,5%). Risultato negativo anche nel Distretto Federale Nordoccidentale, al confine con Finlandia Estonia e Lettonia, dove il partito si è attestato mediamente ben al di sotto del 40%. Il 35% di San Pietroburgo, la città che più di altre funge da cartina di tornasole delle evoluzioni (o involuzioni) politico-ideologiche russe conta assai più del 46% di Mosca. Non è un caso che Putin, in vista delle presidenziali, abbia deciso di puntare nuovamente sullo strumento politico di cui RU aveva deciso di dotarsi per contrastare malcontento e disaffezionamento delle periferie – l’Obščerossijskij narodnyj front.

I comunisti del KPRF sono il secondo partito nazionale (19,2%). Il partito ha registrato un buon andamento nel Distretto Federale Centrale, il più popolato della Federazione (37 milioni di abitanti, centro amministrativo Mosca) ma anche quello con le prospettive demografiche più asfittiche. Significativamente, le tematiche nazional-patriottiche del partito non hanno fatto breccia nel Distretto Federale del Caucaso settentrionale. Ben diversa performance nella regione siberiana (Kraj di Krasnojarsk 23,6%; Oblast’ di Novosibirsk 30,2%; Oblast’ di Irkutsk 27,8%).

Nell’estremo oriente, affermazioni nell’Oblast’ di Magadan e nel Kraj di Primorsk. Queste zone sono caratterizzate da un’erosione del loro peso demografico e da una periferizzazione, conseguenza del crollo dell’Unione Sovietica, nella galassia del potere federale. Alla luce di ciò, il voto al KPRF può rappresentare un messaggio di protesta veicolato tramite il partito che si è storicamente posto in antitesi agli sviluppi politico-economici della Russia contemporanea. Lo stesso Zjuganov, nel suo pamphlet Deržava (tradotto in Italiano col titolo di ‘Stato e Potenza’) vede nell’indebolimento e nel depotenziamento della Federazione Russa (rispetto all’URSS) il risultato delle politiche liberal-liberiste che negli ultimi quattro lustri hanno portato al percolamento dell’identità nazionale e alla mancanza di coesione fra centro e periferia dello Stato.

Non a caso, la geografia elettorale dell’LDPR (i ‘liberaldemocratici’ di Žirinovskij) ricalca sorprendentemente quella del KPRF. Nonostante il partito si sia fermato a livello nazionale all’11,6%, i territori periferici della Federazione hanno fatto registrare percentuali quasi doppie (nella zona settentrionale si va dal 18,11% dell’Oblast’ di Murmansk al 18,16% di Arcangelo; nella Russia sud-orientale – al confine con la Cina – si va dal 19,18% del Kraj di Chabarov al 20,97% dell’Oblast’ di Amur). Ovviamente il messaggio propagato, imperniato su tematiche nazionaliste ed identitarie (potenzialmente disgregatrici di quel mosaico di popoli, culture e tradizioni che ancora oggi è la Federazione Russa) non ha raccolto consensi nel Caucaso, dove il partito è rimasto vicino allo zero.

Il terzo partito della Federazione, il socialista Russia Giusta, ha un 13,24% a livello nazionale. Da annotare i buoni risultati ottenuti nella Russia Europea. (28,05% nell’Oblast’ di Novgorod, 25.3% nell’Oblast’ di Leningrado e ben il 23,66% nel suo centro amministrativo, San Pietroburgo). Risultato uniforme e allineato al macrodato nazionale negli altri Soggetti della Federazione.

Jabloko, il partito più filo-occidentale della Federazione (fermatosi ben sotto la soglia di sbarramento a livello nazionale), ha fatto registrare un unico exploit degno di nota: l’11,58% dei voti in San Pietroburgo. Un risultato simbolico che, unitamente al non meno rilevante 8,55% a Mosca, merita di esser preso in considerazione anche come indicatore del bacino elettorale su cui il partito riesce a far presa, e cioè le classi medie urbanizzate più sensibili alle tematiche liberali che caratterizzano il partito della ‘mel’a e in prima fila nelle proteste ‘decabriste’.

Gli altri partiti iscritti alla tornata (Patrioty Rossij e Pravoe Delo – quest’ultima formazione orfana di Prochorov) hanno avuto congiuntamente meno dell’1,6% dei voti. Ultimo dato significativo riguarda le violazioni registrate dagli uffici elettorali. Si passa dalle 904 di San Pietroburgo e 695 di Mosca all’unica violazione nella Repubblica di Inguscezia (not to mention, le quattro in Daghestan, le tre in Kabardino-Balkaria, e le due in Ossezia del nord). Che sia il Caucaso settentrionale il locus amoenus dove meglio hanno attecchito i germi della democrazia russa?

© Rivoluzione Liberale

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