Adam Smith (1723-1790), economista e filosofo scozzese, insegna filosofia morale all’università di Glasgow fino al 1763, subentrando a F. Hutcheson, suo maestro. Nel 1759 pubblica la Teoria dei sentimenti morali e nel 1776 le Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni (il titolo più noto è La Ricchezza delle nazioni). Una lettura comparata delle due opere svela il nesso profondo che esiste tra economia ed etica.

Smith sostiene che ogni operatore economico agisce sul mercato mosso esclusivamente dal suo interesse individuale, il quale non è l’egoismo assoluto di Hobbes e non rappresenta un elemento disgregatore della società. La produttività dipende soprattutto dallo stadio raggiunto dalla divisione del lavoro che, a sua volta, dipende dall’ampiezza dei mercati. Tutto ciò che ostacola i commerci è un ostacolo allo sviluppo della divisione del lavoro e quindi all’aumento della produttività e alla crescita del benessere dei cittadini, che rappresenta la ricchezza delle nazioni. In particolare, l’azione della “mano invisibile” del libero mercato trasforma l’egoismo individuale in benessere materiale collettivo: che rappresenta la precondizione necessaria per una vita civile. L’influenza di domanda e offerta sui prezzi, e di questi sulle decisioni degli operatori, agisce come una “mano invisibile” che genera un continuo adeguamento tra produzione e domanda.

E’  il “miracolo del mercato”, che per sua natura tende all’equilibrio: le forze spontanee della concorrenza assicurano il coordinamento della “mano invisibile” per cui, merce per merce, le quantità prodotte dalle imprese di ciascun settore corrispondono all’incirca alle quantità domandate in condizioni normali dagli acquirenti. Ciò richiede però che i produttori siano liberi di spostarsi da un settore all’altro, cioè che l’attività economica sia aperta all’ingresso di nuovi operatori, in grado di entrare in concorrenza con i vecchi operatori già stabiliti nel mercato.

L’intervento pubblico nell’economia deve inoltre essere limitato allo stretto necessario (giustizia e difesa, ordine pubblico e in parte l’istruzione) e, soprattutto, deve evitare di introdurre nuovi e inutili vincoli all’operare delle forze di mercato. L’interesse individuale di Smith è un fattore di ordine e di sviluppo: nella sfera economica l’agire umano è mosso da impulsi di natura sostanzialmente egoistica e individuale (self-interest e non selfishness), ma tale competizione non porta alla sopraffazione e alla violenza (come sosteneva il filosofo Hobbes), al contrario, genera un incremento del benessere per la collettività. Smith difende il diritto all’autodeterminazione individuale in campo economico e in uno dei suoi passi più noti scrive: “Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo e con loro non parliamo mai delle nostre necessità, ma dei loro vantaggi”. L’egoismo del singolo genera in pratica una situazione di efficienza collettiva: gli individui sono in grado di servire l’interesse della collettività perseguendo il proprio interesse personale. Ciò avviene però solo in un mercato di libera concorrenza che, insieme all’interesse individuale, rappresenta il fondamento della nota teoria della “mano invisibile”.

Per Smith “L’uniforme, costante e continuo sforzo di ogni uomo di migliorare la propria condizione, principio da cui la prosperità pubblica e nazionale, così come quella privata, è originariamente derivata, è di solito abbastanza forte da mantenere il naturale progresso delle cose verso il meglio, a dispetto sia della prodigalità dei governi, sia dei peggiori errori dei pubblici amministratori”. La centralità del mercato non implica però l’assenza di regole né l’assenza di alcun intervento dello Stato nell’economia. Smith afferma chiaramente che il mercato, per poter funzionare, deve essere corredato da una cornice giuridica e istituzionale adeguata. Egli persegue, nel contempo, la realizzazione di una società armoniosa fondata sulla libertà dell’interesse individuale, in cui non si esige un equilibrio perfetto, e quindi dogmatico. Smith s’interroga sull’origine di quest’armonia, sulle ragioni dell’equilibrio: uno dei contributi più importanti delle sue ricerche è, in effetti, quello di avere richiamato l’attenzione sugli equilibri.

Smith non concepisce un ordine sociale meccanicistico, basato sull’isolamento egoistico e in cui l’economia sia svincolata dalla morale; nel suo pensiero il rapporto tra le due scienze assume, al contrario, una valenza fruttuosamente problematica: la possibilità di un accordo tra uomini ruota intorno ad un equilibrio interiore (identificato con lo “spettatore imparziale”) che ciascuno può sperimentare nel commercio delle relazioni quotidiane e che costituisce il perno – anzi, i perni, tanti quanti sono gli uomini – di un equilibrio economico.

Nello specifico, per Adam Smith l’uomo è mosso e guidato nelle sue azioni dal desiderio di ottenere l’approvazione e la ‘simpatia’ concreta di uno “spettatore imparziale”, che dovrebbe corrispondere in astratto all’approvazione della collettività: ciascun individuo desidera l’approvazione degli altri, proprio perché l’uomo non vive isolato (egoismo) ma è consapevole di essere parte di una società di individui. L’imparzialità è intesa come la capacità di prendere in considerazione un punto di vista privo di particolarismi e si affianca alla “morale della simpatia”. In sostanza, come uno “spettatore imparziale dentro di me” mi spinge a comportarmi con ‘simpatia’, così una ‘mano invisibile’ genera, di fatto, dal contrasto dei privati egoismi, la prosperità della società. Il legame tra economia e morale non assume un carattere astratto e speculativo ma diventa uno strumento concettuale tratto dalla stessa esperienza. Il fulcro è rappresentato dalla dicotomia approvazione/disapprovazione della condotta umana, basandosi sulle motivazioni che l’hanno prodotta. Per Smith, come per Hume, non è concepibile una prassi umana svincolata dalle ragioni che la muovono e ciò conferisce alla moralità una dimensione razionale estremamente empirica. Per comprendere l’agire dello “spettatore imparziale” di Smith occorre partire dall’io “sempre intimamente presente” di Hume: uno strumento riflessivo prodotto dall’immaginazione, eppure strettamente legato alla concreta realtà quotidiana.

L’immediata partecipazione d’intenti e di bisogni sulla quale si sviluppano le relazioni umane, e che culmina nella “morale della simpatia”, rispecchia l’analogo principio armonicistico che guida l’analisi dei processi socio-economici, realizzata da Smith nella sua opera più nota (1776). Quando si considerano gli interessi individuali, e i processi socio-economici da essi generati, da un punto di vista generale, anziché particolare, si realizza l’armonizzazione del tutto. Ciò avviene perché “una mano invisibile” guida i singoli interessi al di là delle loro specifiche intenzioni, componendoli in una totalità che sfugge allo sguardo ‘parziale’ dell’individuo: “In effetti egli [l’individuo] non intende, in genere perseguire l’interesse pubblico, né è consapevole della misura in cui lo sta perseguendo. Quando preferisce il sostegno dell’attività produttiva del suo paese invece di quella straniera, egli mira solo alla propria sicurezza e, quando dirige tale attività in modo tale che il suo prodotto sia il massimo possibile, egli mira solo al suo proprio guadagno ed è condotto da una mano invisibile, in questo come in molti altri casi, a perseguire un fine che non rientra nelle sue intenzioni. Né il fatto che tale fine non rientri sempre nelle sue intenzioni è sempre un danno per la società. Perseguendo il suo interesse, egli spesso persegue l’interesse della società in modo molto più efficace di quando intende effettivamente perseguirlo”.

Il self-help del famoso macellaio e del celebre birraio (dai quali non ci si deve attendere il pranzo) si riferisce semplicemente al desiderio di ottenere il giusto prezzo per la propria merce. Si tratta, in sostanza, di reclamare il riconoscimento della propria dignità e del proprio lavoro, più che di mero egoismo. La teoria sugli effetti positivi del perseguimento dell’interesse personale sviluppata nell’opera La Ricchezza delle nazioni va letta, inoltre, non in contraddizione ma alla luce di quanto lo stesso Smith sostiene nel suo precedente lavoro, la Teoria dei sentimenti morali (1759): la “morale della simpatia”, in virtù della quale l’individuo ricerca continuamente l’approvazione dei suoi simili, fa da contrappeso alle motivazioni più egoistiche. Il perseguimento dell’interesse personale avviene quindi all’interno di una cornice di regole morali, oltre che giuridiche (Smith ricorda che le seconde non esplicano la loro efficacia se non sono sostenute dalle prime), che garantisce un esito socialmente remunerativo.

Nel perseguire l’arricchimento personale, afferma Smith, “ognuno può correre con tutte le proprie forze, sfruttando al massimo ogni nervo e ogni muscolo per superare tutti gli altri concorrenti. Ma se si facesse strada a gomitate o spingesse per terra uno dei suoi avversari, l’indulgenza degli spettatori avrebbe termine del tutto. E’ una violazione del fair play che non si può ammettere”. E’ precisamente all’importanza delle fondamenta giuridiche, culturali e morali dell’economia di mercato che gli studiosi di Smith del XXI secolo dedicano la loro attenzione, difendendo una lettura integrata delle sue opere, anziché una separazione netta dell’analisi economica dalle riflessioni etiche e dallo studio delle istituzioni giuridiche.

La tesi liberale di Smith non ha una valenza esclusivamente economica. Affermando che  “Ogni uomo è certamente, da ogni punto di vista, più capace e più adatto di ogni altra persona a prendersi cura di sé stesso”, Smith non esprime uno spirito egoistico, ma fonda il suo pensiero su una petizione di principio che si può definire universale: la cura della propria libertà. La cura della propria libertà si contrappone al paternalismo della struttura sociale e a una cultura chiusa di stampo feudale, per cui il comportamento degli uomini è regolato dall’alto e gli individui – privati del loro interesse individuale e quindi della loro libertà – non appartengono più a sé stessi.

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