Siamo ad un mese dal Referendum sull’acqua e purtroppo, anziché discutere dei mali e delle inefficienze del nostro sistema idrico, si da fiato alle trombe della propaganda al grido di ‘No alla privatizzazione dell’acqua!’, ‘Privatizzeranno anche l’aria!’, con il rischio di mantenere in piedi un sistema che ha prodotto di inefficienze, clientelismo e sprechi.

La campagna referendaria si basa sul concetto di ‘acqua pubblica’, un tema di forte impatto emotivo ma che non è il punto del contendere, visto che il decreto Ronchi dice esplicitamente che l’acqua è e rimane un bene pubblico.

I referendum in realtà si occupano di tutt’altro; il primo quesito ha lo scopo di abolire l’obbligo di fare gare per la gestione della rete e del servizio, con l’effetto di mantenere in piedi un sistema che ha accumulato debiti e una rete che disperde quasi il 40% dell’acqua. L’effetto del referendum non sarebbe quindi evitare la privatizzazione dell’acqua, ma quello di permettere che un bene essenziale continui ad essere gestito come poltronificio dalla politica e dai partiti, con criteri che non hanno nulla a che fare con il ‘servizio pubblicò.

L’introduzione di meccanismi di mercato e di concorrenza attraverso l’obbligo della gara ha lo scopo di mettere in competizione i vari operatori (che possono essere anche pubblici) introducendo criteri come efficienza, riduzione degli sprechi ed economicità che fin’ora i monopoli pubblici non hanno mai preso in considerazione: questi carrozzoni non rischiavano di fallire, non hanno mai avuto concorrenti e hanno scaricato i loro debiti sulla collettività.

Il secondo quesito invece vuole l’acqua gratis ed in sostanza dice che le spese per gli investimenti di ammodernamento della rete non devono essere pagati in bolletta: l’idea è suggestiva, ma tenere l’acqua, come qualsiasi altro bene, fuori dal sistema dei prezzi impedisce di valutarne l’economicità, di valutare l’efficienza degli investimenti e di far pagare il giusto anche a chi spreca l’acqua per innaffiare il giardino, lavare il gatto o la macchina. Il sistema dei prezzi, come sosteneva Ludwing von Mises, è uno strumento indispensabile per verificare gli effetti ed il risultato di ogni iniziativa economica, a maggior ragione quando si tratta di beni essenziali.

Con i referendari condividiamo le preoccupazioni per la sorte di un bene essenziale come l’acqua, ma proprio perché l’acqua è troppo importante sarebbe assurdo tenere fuori il mercato e lasciarla in mano alla politica.

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17 COMMENTI

  1. effettivamente ho avuto anch’io questi dubbi. Tuttavia debbo segnalare che dove abito io, la gestione dell’acqua è privatizzata da tempo, eppure non è buona da bere. Sa di cloro ed è piena di calcare, tanto che le pentole debbono essere lavate con aceto. Acquistiamo l’acqua in bottiglia (che evidentemente paghiamo) se vogliamo bere senza avvelenarci. Quindi l’amletico dubbio se sia meglio la gestione privata o pubblica mi lascia un po’ di stucco. Dovrebbe essere di fondamentale importanza che l’acqua fosse bevibile oltre che potabile, ma forse ai signori dell’acqua in bottiglia, questo discorso da fastidio….

  2. Sono tendenzialmente d’accordo con i concetti che si vuole comunicare con l’articolo, ma esso ha mancato di precisare che in realtà il primo quesito non si occupa solo di acqua, bensì di tutti i servizi pubblici locali a rilevanza economica e perciò oltre all’acqua anche la gestione dei rifiuti ecc..Infatti il primo quesito chiede l’abrogazione dell’art 23bis della legge 133/2008 che va proprio a disciplinare l’affidamento e la gestione dei SPL a rilevanza economica. Se passasse il sì, insomma, si creerebbe un importante vuoto normativo che difficilmente nel breve termine sarebbe colmabile. I promotori del referendum vorrebbero in definitiva rendere maggiormente possibile la scelta dell’affidamento in house providing dei servizi che di fatto adesso è resa molto difficile, poichè l’ AGCM richiede una motivazione paricolarmente adeguata: non basta dimostrare la strategicità della “municipalizzazione”, si deve dimostrare anche la convenienza…e converrete con me che ciò è molto difficile. Abrogando il 23 bis rimarrebbe il livello comunitario come riferimento che, nonostante punti anch’esso alla esternalizzazione del servizio, lascia maggiori possibilità per la scelta in house (non vi sarebbe più la necessità del consenso dell’ AGCM.

  3. Siamo sicuri che gli interessi a breve termine degli investitori finanziari privati siano compatibili con gli interessi a lungo termine dei cittadini? E se si, siamo sicuri che un’ autorità di controllo sia capace di farli rispettare, oppure rischiamo di avere, dopo la benzina anche l’acqua più cara dell’Occidente? Come mai Parigi dopo quindici anni è tornata alla gestione pubblica? Come mai i berlinesi hanno espresso la volontà di tornare ad una gestiopne integralmente pubblica, dopo aver provato la gestione promiscua? Ed infine, come mai negli USA la gestione resta alle municipalità, nonstante le grandi difficoltà di bilancio?

    • cerco di rispondere sinteticamente:
      1. non siamo sicuri che gli interessi dei privati coincidano con quelli dei cittadini, ma possiamo dire la stessa cosa anche dell’attuale getione politico-pubblica; la differenza è che verrebbe introdotta un po’ di conflittualità tra regolatore e gestore (che ora manca);
      2. se l’autorità è incapace di controllare vuol dire anche che sarebbe altrettanto incapace a gestire: se pensiamo che non sia in grado di fare una cosa non possiamo pensare che sia capace di farne due (peraltro in conflitto di interessi);
      3. la benzina costa tantissimo per il motivo opposto: ci sono troppe tasse;
      4. si tratta di vedere empiricamente come vanno le cose. ricordo che il pubblico non verrà escluso dalla gestione, ma potrà partecipare alle gare (su basi concorrenziali), inoltre è prevista anche la possibilità di gestione ‘in house’ in casi particolari. Attualmente la scelta è tra la conservazione di un modello che non funziona affatto ed uno che introduce elementi di concorrenza e responsabilità e che comunque è perfettibile in base allo sviluppo degli eventi.

      • Innanzitutto grazie per la replica, perchè consente un confronto di opinioni ed esperienze sul merito della questione. Opportunità, ahinoi, sempre più rara altrove.
        Incontestabilmente sul costo della benzina incidono pesantemente le troppe tasse, ma se il prezzo sale repentinamente ad ogni aumento del costo del barile di riferimento e non succede mai il viceversa, per lo meno non nella stessa misura e con la stessa prontezza, questo non dipende certo dalle tasse, bensì dall’incapacità dell’autorità di vigilanza di impedire alle compagnie petrolifere di fare cartello. Compagnie che poi sono bravissime ad eludere i controlli e giustificare il proprio comportamento. Ed è qui che si possono trovare le analogie con i rischi connessi alla distribuzione dell’acqua concessa in gestione ai privati. E’ proprio guardando empiricamente alle cose, nelle realtà estere e nostrane dove l’apertura al privato c’è già stata che nascono le perplessità: senza negare i difetti e le inefficienze dell’attuale gestione mista pubblico-privata che si ha in Toscana (regione in cui vivo, dove solo nella provincia di Massa il servizio è rimasto integralmente pubblico) di un bene primario come l’acqua, il decreto Ronchi rischia di essere una cura ben peggiore del male che vorrebbe curare. Dato che già ora il regolatore pubblico è incapace di controllare il gestore semi privato, come testimoniano le vicende dell’approvazione dell’ultimo piano aziendale di Pubbliacqua ed i consistenti extraprofitti conseguiti dai gestori nel 2010, che vanno ben al di là di quelli previsti dal regolatore. Quindi, gli investimenti per migliorare il servizio sono risultati inferiori alle previsioni del controllore, ovvero le tariffe sono state più alte di quanto previsto.
        Chi è favorevole all’abrogazione, capisce bene la distinzione che c’è tra proprietà e gestione, ma in un regime di monopolio naturale come nel caso delle risorse idriche, chi controlla l’erogazione, controlla il bene. Ed in assenza di un’autorevole autorità di vigilanza non vi sono sufficienti garanzie su qualità, servizi e tariffe. Con l’ingresso dei privati nella gestione le inefficienze, i disservizi sono rimasti gli stessi, come testimoniato da tantissimi cittadini toscani che questo referendum lo hanno sottoscritto, mentre le tariffe sono aumentate e continuranno a farlo senza alcuna garanzia di investimenti efficaci al miglioramneto del servizio ed alla riduzione degli sprechi. Un altro esempio, numeri alla mano, l’Acea a Roma e provincia, ha ricavato dalla gestione privata dell’acqua 59 mln di euro di utili nel 2010. Tuttavia non ha speso un centesimo per risolvere il problema dell’arsenico nelle tubature, nonostante le reiterate richieste della Comunità europea di mettersi in linea con i parametri comunitari con il rischio concreto che le sanzioni che potrebbero arrivare allo scadere della proroga siano a carico di tutti i contribuenti. E non è un caso isolato. Ma non basta. In un processo di liberlizzazione di un servizio, la trasparenza riveste un ruolo cardinale per il successo dell’operazione. I precedenti non fanno ben sperare. Ed è sulla realizzazione concreta dei fatti che si deve ragionare: limitandosi a Berlino, mediante un referendum di iniziativa popolare con una maggioranza del novantotto per cento dei votanti, i berlinesi si sono dichiarati favorevoli alla ripubblicizzazione della quota societaria posseduta da due aziende private, la francese Vaolia e la tedesca Rwe. La ragione? A causa della segretezza di alcuni documenti “la privatizzazione dell’acqua berlinese non è conforme alla legge”. Così dicono i promotori del referendum. E non si tratta di una questione che si possa liquidare – è proprio il caso di dirlo – come una quisquiglia di carattere tecnico. La trasparenza, infatti, è una conditio sine qua non a tutela dei cittadini. E’ utopistico pensare che con i presupposti vigenti in Italia si riesca ad ottenere quella necessaria trasparenza che è venuta meno anche nella ben più rigorosa Germania. Con il decreto Ronchi, infatti, è possibile che diventino azionisti delle società di gestione del servizio idrico integrato anche soggetti come F2i, il Fondo italiano delle infrastrutture. Un fondo di investimento che raccoglie risparmio dai soci, fra i quali figurano, tra gli altri, Cassa depositi e prestiti, Fondazione Mps , Fondazione Crt ed anche da soggetti denominati Limited Partners, di molti dei quali l’identità è segreta. La trasparenza, pertanto, non è d’obbligo neppure per una società che si propone come azionista dei gestori dei nostri servizi pubblici locali, fra i quali il servizio idrico.
        F2i è anche socia della multiutility Iren, pertanto, indirettamente anche di numerosi enti locali. I più importanti tra questi sono i Comuni di Torino, Genova, Reggio Emilia, Parma e Piacenza. E’ così che vogliamo privatizzare la gestione dei servizi idrici? Od è, piuttosto, un modo per ingarbugliare ulteriormente il rapporto far regolati e regolatori, dove non si capisce più chi sia l’uno e chi l’altro. Chi svolga il ruolo pubblico e chi quello privato. Le conseguenze generate dalla diffusione di prodotti finanziari derivati ci dovrebbero insegnare qualcosa sui rischi della scarsità di trasparenza.
        E’ indubbio che all’acqua si debba dare il giusto valore, ma non sarà certo il prezzo (ben lungi dal re prezzo di Einaudi che può esercitare la sua funzione a beneficio dei cittadini solo in mercati veri, aperti alla concorrenza ed adeguatamente regolati e sorvegliati) fissato da una società privata in questo contesto normativo a darglielo.
        La cifra di un’autentica liberalizzazione a garanzia e beneficio dei cittadini si misura sull’attenzione verso quei check and balance assenti nell’attuale decreto e ben lungi dall’essere realizzati.
        “L’acqua è un servizio determinante per la vita e la salute dei cittadini, pertanto non può essere gestita da chi ne può trarre profitto”. Gaetano Negri sindaco di Milano della Destra storica italiana, nel lontano 1888….

        • scusami se ti rispondo in ritardo…partiamo dalla fine: “L’acqua…non può essere gestita da chi ne può trarre profitto”; chi la gestisce ora, con i mezzi e modi con cui lo fa ora, non ne trae profitto? gli sprechi che ci sono sull’acqua hanno il fine di dare un buon servizio ai cittadini o quello di espandere il potere politico di chi la gestisce per elargire poltrone in cda o posti di lavoro inutili?
          il punto non è la privatizzazione della gestione, è una balla dei referendari quella che il decreto Ronchi introdurrebbe i privati nella gestione dell’acqua. Come dimostri tu con i casi da te citati in Toscana e AcquaLatina, affidare la gestione ai privati è possibile anche con l’attuale sistema e sarà possibile qundi anche se il decreto (i cui effetti partirebbero solo l’anno venturo) venisse abrogato. il punto è che oggi la gestione viene affidata (privato/pubblico è indifferente) all’insegna della commistione politica/affari, senza alcun tipo di supervisione.
          Il decreto Ronchi introduce, attraverso la gara pubblica, dei criteri di trasparenza che non risolveranno tutti i problemi, ma di certo non peggiorano la situazione.
          l’altro punto fondamentale da te toccato è quello del controllo:
          la situazione sarà migliorata dall’introduzione di un’Authority (anche se non è ancora chiaro quali poteri e quante risorse avrà) che dovrà far decadere contratti di servizio che non rispettano i piani di investimento (cosa che nessuno controlla oggi).
          e poi ripeto un punto fondamentale: se pensiamo che il pubblico non sia capace di fare gli interessi dei cittadini controllando un gestore privato, non possiamo pensare che sia capace di controllare e gestire contemporaneamente (oltre all’incapacità a controllare avrebbe l’interesse a non farlo, poichè dovrebbe punire se stesso e autolimitare un’importante leva del proprio potere politico)…cmq a breve dovrebbe esserci un altro articolo che approfondirà alcune di queste questioni….ciao

  4. Sono per il SI su ambedue i quesiti, ma rispetto che decide di votare NO ai referendum. Rispetto assai meno chi decide di non andare a votare…

    • la presenza del quorum indica proprio che la possibilità di non andare a votare sia una scelta legittima quanto le altre. Si può essere contrari al quorum, ma fino a quando c’è non si può contestare la legittima libertà di non andare a votare.

  5. Salve a tutti, vorrei porvi una domanda per avere un idea più chiara, non essendo esperto di questioni giuridiche e leggi in genere: La vittoria del Si ai quesiti sull’acqua oltre a quanto già detto, avrebbe anche l’effetto di far cessare la produzione privata dell’acqua in bottiglia? quindi di azzerare tutte le concessioni fatte alle varie multinazionali per lo sfruttamento di falde e sorgenti sul territorio italiano?

    • Maurizio scusami se ti rispondo in ritardo…Quello che hai scritto è un bellissimo paradosso (non so se volontario o meno) che ci fa capire quanta confusione sia stata fatta sul referendum. la tua battuta l’ho ripetuta a molti amici referendari e non hanno saputo risponderea quella che dovrebbe essere un naturale sbocco logico del loro modo di pensare.
      In realtà anche se passassero i referendum non cambierebbe nulla: verrebbero fatte rispettare le norme europee che il decreto Ronchi aveva recepito e che prevedono gare ad evidenza pubblica per gli affidamenti e parità di opportunità traoperatori pubblici e privati;
      riguardo alla norma sulla remunerazione al 7% del capitale investito, rimarrebbe comunque in vigore perchè è scritta pari pari nel decreto ministeriale del 1 Agosto 1996 sulle tariffe idriche a firma…indovina un po’? a firma Antonio DI Pietro (all’epoca Ministro delle Infrastrutture).
      la partita che si gioca è tutta ideologica…e proprio per questo i danni potrebbero essere peggiori.

      • Luciano il paradosso era più che volontario nella speranza di una smentita che puntualmente non è arrivata. E ciò non fa altro che confermare l’illogicità e la mancanza di serie argomentazioni del SI. Andrei al referendum soltanto per vedere tutte le persone con in mano l’immancabile bottiglietta di acqua perchè si sa …a giugno ai seggi c’è caldo! Saluti

        • Maurizio i paradossi spesso spiegano la realtà in maniera più semplice e immediata…la propaganda de ‘l’acqua non si vende’ in realtà vuol dire ‘l’acqua non si paga’. Ma qualsiasi cosa che abbia un costo si paga e se non ‘è chi consuma a pagare’, l’unica alternativa possibile è che ‘paga chi non consuma’ e cioè tutti i cittadini attraverso l’aumento delle tasse o del debito pubblico.
          La filosofia dei referendari è quella espressa brillantemente più di 150 anni fa da Bastiat, e cioè di coloro che vedono lo Stato come “la grande finzione mediante la quale tutti pensano di vivere alle spalle di tutti gli altri”.
          ciao!

      • Le sarei grato se mi indicasse le norme europee che applicherebbe il decreto Ronchi… La citazione di norme europee è una modalità bugiardosa per blindare il testo che in quanto applicativo di norma comunitaria non sarebbe abrogabile tramite referendum, ma l’assunto è stato smentito dalla Corte Costituzionale.

        • Non le posso indicare le norme europee che applicano il decreto Ronchi, perchè è il decreto Ronchi che recepisce la direttiva 2004/17 (‘Al fine di assicurare l’apertura alla concorrenza degli appalti pubblici di enti che operano nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti e dei servizi postali’…) che ribadisce in sostanza il principio comunitario di parità di trattamento tra operatori pubblici e privati, e il principio di trasparenza. Gli Stati membri dovrebbero assicurare che la partecipazione, in veste di offerente, di un ente disciplinato dal diritto pubblico a una procedura di aggiudicazione di un appalto non provochi distorsioni della concorrenza nei confronti di offerenti privati.
          Inoltre è un’inesattezza dire che il referendum non può abrogare una legge che recepisce (e non ‘applica’) una direttiva, altrimenti non si potrebbero fare referendum sul 70-80% delle leggi italiane…

  6. Salve,siamo la redazione di Uniroma Tv, visti i contenuti del vostro blog, vi segnaliamo il servizio da noi realizzato sull’evento intitolato “Un referendum che fa acqua”, un’occasione per discutere su futuro e prospettive delle risorse idriche. All’evento hanno partecipato Raffaele Fitto, Sergio Chiamparino, Raffaele Bonanni e Marco Staderini.
    http://www.uniroma.tv/?id=18962
    A presto!

    • grazie mille per la segnalazione…farò girare il vostro servizio in rete.
      complimenti.

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