Movimento dei forconi: già il simbolo e la denominazione sono evocativi di una violenza inusitata. Anche le forme in cui si è sviluppata la protesta indicano un pericoloso livello di disperazione diffusa. Chi, come noi, è un sostenitore della legalità, sempre e comunque, non può non condannare le manifestazioni degli ultimi giorni, degenerate in atti di vero e proprio teppismo. Tuttavia, guai a non prestarvi ascolto per cercare di capire le ragioni profonde di  una rivolta così diffusa, che potrebbe assumere proporzioni  imprevedibili.

Chi sono innanzi tutto i manifestanti? Si tratta di emarginati meridionali non protetti, che, a causa del caro vita, che scaturisce dalla crisi in atto, non sono più in grado materialmente di andare avanti. Sono contadini, autotrasportatori, piccoli commercianti e giovani disoccupati, che fino a ieri, magari da irregolari e saltuariamente, lavoravano in tali settori e che si considerano espulsi dal ciclo produttivo o, comunque, non sono più in grado di vivere dignitosamente.

Cosa vogliono? Rispondere a questa seconda domanda, è più difficile, perché non emergono richieste precise. In realtà si tratta di una massa, ormai al di sotto della soglia di povertà, che ha fame. Questo spiega anche le forme scomposte e spesso violente di una protesta,  principalmente figlia della disperazione.

Contro chi è rivolta la ribellione? Certo contro il Governo, che è il sempre il primo destinatario di ogni richiesta, specialmente in un Paese, come l’Italia, in cui l’asse portante della politica meridionalista, è sempre stato l’assistenzialismo. In particolare, gli aumenti dei costi dei carburanti, dei trasporti, dei pedaggi, ma soprattutto la nuova stangata fiscale e la minaccia di una più stringente lotta all’evasione, hanno determinato il panico. Il nero infatti, nei settori border line del Mezzogiorno,  è stato sempre tollerato, perché ha rappresentato una sorta di ammortizzatore sociale.

Aver permesso l’illegalità così a lungo, ha prodotto non soltanto privilegi diffusi, ma anche una sorta di economia marginale, che ha consentito ad una parte del Paese di sopravvivere. Si tratta dei mercatini ambulanti abusivi, del contrabbando minuto ed, ovviamente, di una tollerata franchigia fiscale per aree economiche al livello della semplice sopravvivenza. Questo è il nostro Sud con un sottoproletariato, che ha vissuto sempre di lavori improbabili, sussidi, false pensioni di invalidità, precariato, lavori stagionali nella Pubblica Amministrazione, assunzioni temporanee negli Enti o nelle aziende locali, spesso in concomitanza con gli appuntamenti elettorali ed evasione fiscale generalizzata.

Tutto questo si sarebbe dovuto cambiare nel tempo e gradualmente, se vi fosse stata una linea di politica per il Mezzogiorno, che invece è stato volutamente mantenuto soltanto quale serbatoio elettorale, grazie a scorrerie clientelari, interventi mordi e fuggi, voto di scambio, o vero e proprio mercato del consenso, spesso con l’intermediazione delle organizzazioni criminali, che sono rimaste sempre l’unico potere stabile, riconoscibile e con un completo controllo del territorio.

Ma, in questo momento, i veri nemici dei forconi si chiamano Camusso, Bonanni, Landini, e forse anche Marcegaglia: cioè i rappresentanti di quella minoranza di italiani organizzata ed iperprotetta rispetto ai figli di nessuno. Questi ultimi, senza ammortizzatori sociali, né sostegni o pensioni, arrivati sotto la soglia della sopravvivenza, sono esplosi.

Mi assumo la piena responsabilità di affermare che coloro che hanno fatto circolare l’ipotesi che dietro il movimento, vi fosse la mafia, sono, degli imbecilli, forse anche in malafede. Chi conosce la Mafia sa bene che si tratta di una struttura illegale articolata, che tende a mimetizzarsi e ad insinuarsi dove c’è il potere, di cui essa è un parassita in perenne agguato. Mai la criminalità organizzata meridionale, in particolare quella siciliana o calabrese, si esporrebbe ad agitare una simile rivolta di diseredati del Mezzogiorno, di cui essa è nemica. Infatti ha bisogno della pace sociale per far prosperare i propri affari illegali, per corrompere, negoziare, riciclare, dettare la propria legge, fondata sull’intimidazione e sul compromesso.

Se il movimento dei forconi ha una caratteristica indiscutibile, è la sua spontaneità, tanto da non essere in grado di perseguire obiettivi precisi, che neppure è riuscito a darsi. La distrazione dei poteri pubblici concentrati, negli ultimi anni, nella difficile questione di contenere il disagio del Nord più forte e motore dell’economia, ha determinato  l’aggravarsi di problemi atavici del Meridione in conseguenza della crisi. Poiché il pericolo di contagio è molto elevato, lo Stato deve attrezzarsi per un ascolto attento e per la individuazione di provvedimenti che rivelino la volontà di intendere quella del Mezzogiorno, oggi come mai in passato, questione nazionale e prioritaria. Anche l’UE deve prenderne atto, modificando in modo sostanziale le procedure per l’utilizzo dei Fondi Strutturali, che, a causa della eccessiva complessità burocratica, spesso rimangono non spesi e concordando eventualmente col Governo Nazionale, forme di intervento sostitutivo, al fine di assicurarne, almeno, l’impiego.

Il PLI, che intende ribadire la condanna per ogni forma di illegalità e di protesta violenta, che va repressa con determinazione, rivolge un appello al Presidente Monti per un maggiore ascolto, al fine di comprendere alla radice le ragioni del grave disagio, che ha determinato le manifestazioni dei giorni scorsi. Inoltre, attraverso i propri rappresentanti in Parlamento, assumerà concrete iniziative perché, finalmente, anche i drammatici problemi del Sud vengano posti all’ordine del giorno come una priorità  non eludibile per superare l’emergenza del Paese.

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