Le clamorose proteste di questi giorni, con tanto di blocchi stradali e perfino con una vittima, hanno acceso un riflettore improvviso sui problemi dell’autotrasporto, ma sono di oggi questi problemi? E questa forma di protesta è utile alla loro risoluzione? La mia personale risposta è no ad entrambe le domande e cercherò di spiegare perché.

L’autotrasporto in Italia è in una situazione gravissima di crisi, è vero, ma certo non da oggi, bensì ormai da diversi anni. Questa situazione di crisi è causata certamente dal lievitare dei costi, primo tra tutti il costo del carburante, ma anche da forme di concorrenza sleale, da situazioni diffuse di sfruttamento del lavoro in modo illegale e da una condizione di forte subalternità alla committenza, che riduce i tempi di trasporto in modo abnorme nonché le rendite economiche derivanti dal trasporto. L’autotrasporto oggi è infatti alla mercé della grande distribuzione, che costituisce la maggior parte della committenza non solo in Italia, ma in tutta Europa. Questa totale dipendenza, da una committenza molto forte dal punto di vista contrattuale, costringe le imprese di autotrasporto ad accettare condizioni molto penalizzanti, soprattutto sui tempi di consegna delle merci, ma anche sul versante dei prezzi e dei pagamenti.

A questo si aggiunge un prolificare di imprese che inquinano il mercato con concorrenza sleale, spesso basata sul non rispetto delle regole. Per ridurre i costi, ed accaparrarsi le commesse, alcune imprese accettano tempi di consegna che non consentono di rispettare i ritmi di guida e di riposo previsti per legge e spesso ricorrono a personale straniero a basso costo, poco qualificato, ma disposto a turni massacranti in situazioni di illegalità e di sfruttamento. Questa pratica assai diffusa (recentemente documentata anche dal programma Report) riduce i margini di guadagno, ma anche i margini di sicurezza nello svolgimento di questo delicato lavoro, mettendo in difficoltà soprattutto quelle imprese che ancora rispettano regole e legalità. Per troppo tempo su questi problemi s’è chiuso un occhio, anche con controlli di polizia sulla strada assai più blandi di quelli eseguiti negli altri Paesi europei. Per troppo tempo inoltre le sigle sindacali dell’autotrasporto, troppe e troppo frammentate, si sono fatte la guerra tra loro, inseguendo spesso le sponde partitiche contrapposte della politica anziché l’interesse dei loro associati.

Oggi, con l’accentuarsi dei costi soprattutto per il gasolio, i nodi e le esasperazioni dei camionisti esplodono in una protesta molto traumatica per il Paese, una protesta che però in questa forma offre spazio a strumentalizzazioni politiche, e non solo, sempre più evidenti. Vi sono infatti forze ed interessi, non sempre leciti, che soffiano sul fuoco della protesta sperando di destabilizzare l’intero sistema Paese, proprio in un momento in cui questo tenta di risollevarsi in piedi dopo anni di ignavia politica. Tali forze forse non vorrebbero che divenga troppo evidente la differenza tra l’indolenza di prima e l’azione, magari ancora non sufficiente, ma certamente dotata di un altro passo, di oggi e sperano di trarre un vantaggio politico dalla filosofia del tanto peggio, tanto meglio.

C’è poi da osservare come qualunque forma di protesta che travalichi le libertà individuali, paralizzi l’economia, e si imponga, anche in modo violento, alla società è una protesta che non porta utilità a nessuno e non è accettabile. Non è utile certamente agli autotrasportatori gambizzare l’economia del Paese, da cui anch’essi dipendono, né porta consensi alle ragioni giuste della protesta una esasperazione violenta della protesta stessa. Auspichiamo quindi che il governo ascolti le ragioni vere di sofferenza del settore, al contrario di ciò che hanno fatto i precedenti esecutivi, ma sia fermissimo nel non tollerare forme di boicottaggio illecite e destabilizzanti su cui, oltre tutto, aleggia il sospetto di interferenze della criminalità organizzata, notoriamente molto interessata da sempre al settore dell’autotrasporto.

© Rivoluzione Liberale

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