Connivenze a livello locale, mancanza di leadership nella comunità internazionale, colera: due anni dopo il terremoto che l’ha devastato Haiti, il Paese più povero dell’emisfero nord, non riesce ancora a rialzare la testa.

Stimati essere un milione e mezzo all’indomani del sisma del 12 Gennaio 2010 – sisma che ha fatto 250 mila vittime – i profughi sono ancora oggi più di 500 mila. L’ONU fa un bilancio positivo degli sforzi realizzati dalla comunità internazionale. Secondo un’ispezione fatta nel Novembre del 2011, in poco meno di due anni sono stati costruiti più di 100 mila ricoveri provvisori e 21 mila case sono state riparate o ricostruite. Ma ad Haiti e  in seno alla sua diaspora, questa visione ottimista non è affatto condivisa. L’ONU, secondo i diretti interessati, non è sufficientemente obbiettiva, non può essere contemporaneamente giudice ed attore. Il caso “colera” ne è una prova. Si è dovuto ricorrere ad una perizia esterna perché le NU riconoscessero la loro parte di responsabilità nell’importazione della malattia sull’isola attraverso i “suoi” Caschi Blu nepalesi.

La mancanza di leadership, sia in seno alla comunità internazionale che all’interno del Governo haitiano, non ha permesso di  creare un piano globale per la ricostruzione. Il nuovo Presidente Michel Martelly,  entrato in carica il 14 Maggio del 2011, ha passato i primi sei mesi del suo mandato a combattere per trovare una maggioranza parlamentare e far approvare il suo governo. Sarebbe stato forse meglio, vista la grave emergenza, evitare le elezioni e creare un Governo di Unità Nazionale? Così è stato sicuramente perso del tempo prezioso. E se l’economia, malgrado tutte le avversità, ha conosciuto lo scorso anno un tasso di crescita del 6%, rimane il problema dell’atavica collusione tra uomini politici haitiani, i decision-maker internazionali e le multinazionali. Alcune persone si sarebbero arricchite grazie al terremoto, mentre la sorte di una popolazione scoraggiata e disincantata, che passa da una calamità all’altra senza avere il tempo di riprendere fiato, sarebbe ad un punto fermo. Questo Paese definito la “Repubblica delle ONG” non è ancora pronto di fare a meno dell’aiuto delle associazioni umanitarie, che assicurano ai disperati i soccorsi che lo Stato è ancora incapace di gestire, ma si rende anche conto che non può neanche prendere in considerazione una infusione di aiuti senza fine.

Lo sforzo messo nella ricostruzione ha permesso al Paese di uscire dal caos iniziale. Ma ora la situazione sembra stagnare e gli haitiani sono costretti a fare continuamente fronte a sfide considerabili. E’ vero che non si può pensare veramente che uno dei Paesi più poveri del Mondo si rimetta in piedi solo due anni dopo un disastro di tali dimensioni (L’Aquila non è una città del Terzo Mondo, anche lì la situazione è ferma), ma dov’è finito tutto il denaro raccolto? La domanda è semplice, la risposta un po’ meno. La gestione del dopo sisma è stato un vero bazar dai contorni opachi. Difficile mettere in piedi una vera opera di coordinamento all’interno della nebulosa umanitaria. Oltre alla Minustah (missione di stabilizzazione delle NU per lo Sviluppo) che ha una funzione di appoggio per i vari attori umanitari e allo Stato, più di mille ONG sono sbarcate ad Haiti dopo il 12 Gennaio, compresi la criticatissima CIRH (Commissione ad interim per la ricostruzione di Haiti) giudicata da molti osservatori disfunzionale e poco efficace, l’UNDP, i procacciatori d’affari e le fondazioni. Il Ministro per la Pianificazione e la Cooperazione del nuovo Governo, Hervey Day, incaricato della supervisione delle ONG ha finalmente ammesso che queste istituzioni approfittando di un deficit statale, hanno creato una dipendenza negativa per gli haitiani e si dichiara fermamente convinto della necessità di regolamentare il quadro di funzionamento di queste istituzioni e correggere le troppe anomalie.

Da parte sua, Martelly ha lanciato lo scorso Agosto, in collaborazione con le NU, un programma ambizioso battezzato “16-6”. Questo programma favorisce la ricostruzione di unità abitative individuali. L’obbiettivo è  formare le persone che costituiscono la catena della costruzione, dagli ingegneri ai capomastri fino ai proprietari, affinché ciascuno sia responsabilizzato e migliori la qualità delle abitazioni. Il progetto è iniziato in 16 quartieri, che il Governo haitiano e le NU hanno scelto perché sono i quartieri di origine delle persone che vivono ancora in sei dei più grandi campi profughi di Port-au-Prince. Lavorando dunque in queste aree, si spera poter far tornare gli abitanti “a casa”. I campi di oggi dovrebbero trasformarsi nei quartieri di domani. Dovrebbero. Purtroppo tutto è reso difficile ad Haiti, perché Haiti continua a pagare caro il prezzo della sua indipendenza, ottenuta 200 anni fa (si veda nostro articolo del 5 Sett. 2011). Da allora gli ex “padroni”, Francia e Stati Uniti si litigano l’influenza in questa “mezza isola”, che ha conosciuto solo instabilità politica, colpi di Stato e dittatura. Conseguenza di questa mancanza dello Stato, nessuna infrastruttura necessaria allo sviluppo è stata creata (le strade sono praticabili solo dove vivono le élite), la polizia incapace di giocare il suo ruolo, il sistema amministrativo viene definito “kafkiano” e sono pochi gli haitiani ad avere un’istruzione elementare. Prova di questa divario in seno alla popolazione è che chi detiene il potere parla francese, mentre il restante 90% della popolazione parla a  malapena il creolo. Altro problema di non scarso peso: niente Stato, niente catasto. Ad Haiti chiunque può costruire su di un terreno e dichiararsi “proprietario”. Ecco che il Progetto 16-6 di Martelly appare ancora più ambizioso. Come organizzare la ricostruzione di interi quartieri in queste condizioni?

La presenza delle ONG ha influito anche sull’aumento del livello di vita, dei prezzi, degli affitti. Gli haitiani vedono poi nelle ONG la possibilità di avere impieghi meglio remunerati, provocando l’effetto inverso dell’empowerment (miglioramento delle qualifiche) desiderato. Così gli ospedali mancano di  medici che preferiscono lavorare per “lo straniero” e i contadini lasciano in massa le campagne nella speranza di trovare lavoro come autista o cameriere per i dipendenti delle NU. E dire che lo sviluppo dell’agricoltura è fra le priorità degli aiuti! Allora come aiutare veramente il Pese?  Priorità assoluta: l’educazione. Al momento del sisma è l’ignoranza che ha ucciso molte persone, in pochi erano coscienti di cosa stesse avvenendo. Il Presidente Martelly, nonostante la falsa partenza, sta cercando soluzioni ed ha imposto al Paese quattro tappe importanti per la rinascita: una migliore valutazione dei Programmi, incoraggiare la partecipazione degli haitiani, rafforzare le istituzioni, incoraggiare gli investitori.

Investire ad Haiti. E’ il leitmotiv del Governo, divulgato incessantemente tramite messaggi via media. La strada dell’imprenditoria, accuratamente controllata e basata su regole precise, che sia per via di micro-crediti o facendo venire investitori più grandi, rimane una soluzione valida per il futuro dell’isola, che non può continuare a vivere nella continua attesa del un bonifico da parte di qualche parente espatriato (i Western Union stanno invadendo Port-au-Prince ) o della mano tesa dell’ONG di passaggio.

© Rivoluzione Liberale

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