Se – come abbiamo visto di recente – lo stato dell’aviazione civile nella Federazione Russa è critico, anche l’aeronautica militare attraversa un periodo non roseo. La VVS (Voenno-Vozdušnye Sily) è stata ridimensionata dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica. Le neonate repubbliche indipendenti hanno infatti tentato di mantenere sotto il proprio controllo quanto più materiale possibile onde costituire forze armate autonome, scontrandosi con i desiderata della Federazione che è infine riuscita ad impossessarsi di circa il 40% degli assetti allora disponibili (inclusi i velivoli più moderni).

Tra questi, merita un focus specifico la dinastia dei caccia Sukhoi. Velivolo da superiorità aerea pura, il capostipite Su-27 sbalordì gli ‘addetti ai lavori’ di tutto il mondo in una delle ultime vampate di guerra fredda. Durante il salone aeronautico di Le Bourget a Parigi nel 1989, il collaudatore Viktor Georgievič Pugačëv presentò una figura acrobatica (il Cobra di Pugačëv) che nessun aereo occidentale era tecnicamente in grado di replicare. La popolarità del caccia giunse alle stelle, fungendo da viatico per il successo nell’esportazione: fu acquisito da dodici nazioni (USA compresi, nel ruolo di aggressor per il dissimilar air combat training).

Fra le versioni susseguitesi il Su-30, evoluzione del Su-27 in chiave multiruolo, è operativo in Algeria (28 Su-30MKA più 16 in ordine), Cina (73 Su-30MKK in servizio più 24 Su-30MK2 per l’aviazione navale), Indonesia (6 SU-30, più 6 Su-30MK2 ordinati il 29 dicembre), Malesia (18 Su-30MKM), Uganda (primi 2 Su-30MK2, su un ordine di sei macchine consegnati pochi mesi fa), Venezuela (24 Su-30MKV), Vietnam (7 Su-30MK2V più un contratto per ulteriori dodici velivoli), India (142 Su-30MKI già in servizio su un ordine per 272 macchine). Proprio nell’ambito del recente summit Russia-India il Presidente russo Dimitri Medvdev e il Primo Ministro indiano Manmohan Singh hanno siglato un MoU che prevede l’assemblaggio in India di un lotto di 42 Su-30MKI facenti parte della maxi-commessa, decisione probabilmente volta a compensare l’esclusione del MiG-35 dalla commessa del secolo’, l’ MMRCA.

La buona performance esportativa della Russia nel comparto dei velivoli da combattimento è quindi fortemente dipendente dall’exploit della famiglia dei caccia Sukhoi. A far da contraltare ai successi internazionali è l’asfittico mercato interno, dove il processo di rinnovamento della VVS procede con il contagocce. La riforma della struttura delle forze aeree, avviata nel 2008, non è stata esente da critiche per la riduzione degli effettivi e degli equipaggi. A ciò si aggiunge la cronica carenza di manutenzione che affligge il parco velivoli.

Oggi, la VVS può contare nominalmente su 4mila aerei, dei quali la grande maggioranza può essere considerata obsoleta. Più di un velivolo su quattro non è addirittura in grado di prendere il volo. Il Kommersant nel 2009 riportò che duecento caccia leggeri MiG-29 sui duecentonovantadue in servizio erano costretti a terra. Tornando ai velivoli di punta, nonostante l’irreversibile deterioramento degli assetti, dall’avvio della riforma l’aviazione russa ha ricevuto meno di 20 Su-34 (cacciabombardiere avanzato basato sull’architettura del Su-27). Nel 2010 sono stati consegnati appena 4 Su-34, 4 Su-30M2 e 4 Su-27SM3. I Su-30M2 in servizio sono ora quindici. Nel 2012 è prevista la consegna di ulteriori 10 Su-30M2, unitamente a non più di 10 Su-34. Entro il 2015, il Ministero della Difesa prevede di mettere in servizio sessanta Sukhoi nelle differenti versioni. Se questo tasso di sostituzione (inferiore alle venti unità annue) non subirà accelerazioni, il rinnovamento completo della VVS potrebbe richiedere più di un secolo.

Anche nella formazione del personale di volo emergono grosse lacune. Secondo gli standard di sicurezza internazionali, i piloti devono totalizzare almeno sessanta ore di volo all’anno. Per confronto, i piloti NATO mediamente ne volano centosessanta. In Russia, il Comandante in capo della VVS Aleksandr Zelin dichiarò un anno e mezzo fa che i piloti dei caccia si attestano sulle cento ore. Sembra un dato decisamente ottimistico, visto che altre fonti ridimensionano in 40-60 la media di ore volate dagli aviatori russi (pur con tangibili differenze fra reparti e basi aeree).

Quanto esposto, seppur da una prospettiva limitata ai velivoli da combattimento, è esemplificativo della condizione di minorità in cui la VVS permane rispetto alle altre grandi forze aeree del mondo. Al momento, l’aviazione russa semplicemente non può competere con l’USAF americana ed è superata come dimensioni dalla NATO e, presumibilmente, anche dalla PLAAF (l’aeronautica militare cinese).

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