E’ giunto alla XIII edizione il rapporto di Sos Impresa Confesercenti, Le mani della criminalità sulle imprese, presentato a Roma il 10 gennaio scorso, ma risale al 2006 l’introduzione della definizione Mafia SpA per descrivere l’immensa mole di giro d’affari della mafia italiana. La definizione calza a pennello perché, a conti fatti, si tratta della prima “‘impresa’ made in Italy, superiore a Fiat, Fininvest, Telecom ed Enel, per fatturato, utile e diffusione sul territorio nazionale, una vera e propria holding company articolata su un network criminale, fortemente intrecciato con la società, l’economia e la politica”.

Si parla di 140 miliardi di euro di fatturato, pari al 7% del Pil, con un utile annuale di quasi 70 miliardi di euro, circa il doppio rispetto al costo dell’ultima manovra finanziaria, derivanti da una martellante attività criminale che colpisce le imprese con quasi un reato al minuto, 1300 ogni giorno e che ancora una volta si conferma come uno dei maggiori freni per la crescita economica e competitiva del Paese.

Non solo questi dati sono di per sé impressionanti, ma sono in vertiginoso aumento causa la crisi di liquidità che ha prosciugato la disponibilità economica delle piccole imprese italiane, costrette a rivolgersi ai perversi meccanismi usurai, a cui presto o tardi soccombono, per tentare di far fronte alle crescenti spese ed ai minori introiti. I dati di Sos Impresa rivelano che dal 2008 al 2011 ben 190mila imprese hanno chiuso i battenti per debiti contratti con la malavita, altrettante sono tuttora coinvolte in rapporti con l’usura, che da sola ha portato al fallimento una media di cinquanta aziende al giorno, per un totale di 130mila posti di lavoro persi nel 2011, e con un trend orribilmente in rialzo: +16,6% nel 2008, +26,6% nel 2009 e +46% nel primo trimestre dell’anno scorso.

Sebbene sia evidente l’impossibilità di fermare un tale colosso, “il più grande agente economico del Paese”, come viene definito nel rapporto, con le poche risorse a disposizione delle autorità competenti, stupisce ancora che anche laddove qualcosa si potrebbe fare per venire in aiuto ai commercianti italiani, vi siano ritardi nell’azione tali da vanificare ogni dimostrazione di coraggio da parte dei cittadini.

Il congesto sistema della giustizia, ad esempio, porta al rinvio entro due anni solo il 9% delle denunce contro l’usura, che diventano il 5% per la produzione di una sentenza di primo grado. Nel 36% dei casi bisogna attendere più di quattro anni per la prima sentenza, con punte di attesa di dieci anni. Tempistiche durante le quali un’impresa ha modo di fallire una dozzina di volte prima di vedere una qualsiasi risposta ufficiale al proprio grido d’aiuto. Sono situazioni che non fanno notizia e non suscitano più scandalo, in quest’Italia lenta e stanca, ma che, quotidianamente e silenziosamente, sottraggono lavoro e benessere al nostro sistema economico, e che, ancora peggio, privano i lavoratori della speranza di uscire da questa crisi con la forza delle proprie capacità e della propria onestà.

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