Che il calcio appartenga al territorio del sacro è un fatto indiscutibile. Senza voler scomodare un’esegesi pagana in cui il campo diventa un tempio rettangolare, un luogo inaugurato da cui prendere auspicia, basta pensare alla partita come a una messa cantata dai giocatori, che non per casualità si svolge di domenica, subito dopo l’incontro in chiesa, o alla liturgia che si celebra allo stadio, un rito tramandato da padre in figlio come la fede per la squadra del cuore. Le similitudini non finiscono qui: ci sono i “miracoli” del portiere, i gol “provvidenziali” all’ultimo secondo (un bomber del Milan degli anni novanta, Daniele Massaro, era soprannominato “Provvidenza”), la “mano di Dio” di Maradona, gli atleti di Cristo che quando segnano ringraziano il Signore volgendo lo sguardo verso l’alto, i calciatori che a fine carriera diventano predicatori, i tifosi che si appellano all’intervento divino per ribaltare un risultato. Se Marx fosse ancora vivo, direbbe che il vero oppio dei popoli è diventato il calcio, la più potente delle religioni moderne.

Che viceversa sia il sacro ad entrare nel mondo del calcio è invece una novità di questi giorni. Si sta disputando a Roma, nei campi del Pontificio oratorio di San Pietro, la Clericus Cup 2011, il campionato di calcio rivolto a preti e seminaristi provenienti da tutto il mondo. Mentre i prelati di Nanni Moretti si sfidano a pallavolo, è il calcio ad accendere la fantasia dei giovani religiosi del Collegio Messicano, dell’Angelicum, del Redemptionis Mater, della Pontificia Università Gregoriana, dei North American Martyrs e così via, per un cartellone che ricorda più una Champions League che una sfida tra parrocchie. Qualcuno storcerà il naso, ricordando “l’incompatibilità del Vangelo con qualsivoglia competizione” (così Camillo Langone sul Foglio), perché il cattolico deve sempre privilegiare il tutto (con tanti saluti a Suor Paola e agli altri preti “inviati” allo stadio creati da Quelli che il calcio). Altri diranno che con questa iniziativa la Chiesa compie un’ulteriore piccolo passo verso la modernità, prendendo atto dell’enorme forza comunicativa del pallone, con la consapevolezza che è più facile insegnar il catechismo in un’area di rigore che non in sacrestia. Non rimane che augurarsi che vinca il migliore, sperando che, per una volta, non trionfino le polemiche. In campo e fuori.

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