Wikileaks ha pubblicato un cablogramma in cui il dimissionario ambasciatore statunitense in Messico, Carlos Pascual, si era detto scettico sulla volontà dell’esercito messicano di arrestare – su segnalazione di Washington – un narcotrafficante di primo piano. Inoltre, nei giorni scorsi è emerso che sul Messico volano droni USA (gli aerei senza pilota) per contrastare il traffico di droghe.
Il problema merita di essere osservato sotto un’altra prospettiva; il Messico ha realmente interesse a fronteggiare questo fenomeno?

A prima vista, i costi sociali sono enormi; il governo ha sostanzialmente perso il controllo delle zone settentrionali del Paese; esecuzioni sommarie avvengono quotidianamente; le bande organizzate, come gli ex-militari dei Los Zetas, sono in grado di agire come veri e propri eserciti privati; il numero di omicidi ha visto una escalation impressionante, passando dai 2837 morti nel 2007 ai 15237 morti del 2010, cifre da guerra civile.
Eppure, un’analisi più approfondita ci dice che il numero di morti ammazzati dello scorso anno rappresenta appena poco più dello 0,01% della popolazione complessiva. Inoltre, il Messico gravita attorno all’area meridionale. Il nord è percepito da Città del Messico come una regione desertica e periferica, popolata a malapena. E soprattutto, i proventi dei traffici illeciti che annualmente piovono sul Messico sono stimati a circa 35-40 miliardi di dollari.

Oltretutto, a differenza dei settori dell’export “tradizionale”, i margini di profitto del traffico di droga assommano all’80% dei ricavi totali. Nonostante parte di questi ultimi sia investita all’estero, il Messico ne rimane il principale beneficiario. Lo scopo di questi fondi – non dimentichiamolo – è esser riciclati e investiti nell’economia “legale”, creando giocoforza ricchezza ed occupazione.

Aggiungiamo le frizioni esistenti fra i due stati nordamericani, che possono esser fatte risalire alla Guerra messicano-statunitense del 1846, e potremo giungere alle ovvie conclusioni. Il Messico è un failed state, per dirla con i politologi anglofoni, solo se assumiamo come suo scopo finale l’eliminazione della piaga del narcotraffico; se invece accettiamo l’idea che nel complesso la società beneficia delle attività illecite e dei conseguenti flussi monetari in valuta pregiata, ecco che lo stato sta seguendo una strategia razionale per tramutare un’emergenza nazionale in un’opportunità di sviluppo.

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