Il Partito Liberal-Democratico di Russia (LDPR Liberal’no-demokratičeskaja Partija Rossii) è nato ufficialmente il 14 dicembre 1992. Suo storico fondatore e leader carismatico è il colonnello Vladimir Žirinovskij, attuale vice-Presidente della Duma e cinque volte candidato alla presidenza della Federazione. Il nome sembra rimandare a un impianto dottrinale liberal-democratico, ma l’ideologia effettiva è un nazionalismo venato di aspetti sociali, liberali, nazionalpopolari e persino xenofobi. È stato il primo partito d’opposizione nato nell’URSS, rifugge quindi dall’ideologia marxista e comunista – distinguendosi concettualmente dal KPRF col quale tuttavia condivide un importante sostrato teorico. È un partito statolatrico nella sua essenza; lo Stato funge da raccordo e centro di compensazione fra gli interessi dei cittadini e delle imprese. Anche in una fase come quella attuale in cui il mainstream ideologico è caratterizzato da istanze sovranazionali e globalizzanti, l’LDPR rivendica la centralità storico-politica del ruolo dello Stato-Nazione. La libertà personale è vincolata e tollerata nella misura in cui non entri in conflitto con gli interessi pubblici. Questi concetti basilari sono stati recentemente riaffermati da Žirinovskij ai microfoni di RIA Novosti: “Noi sosteniamo i processi di nazionalizzazione, ma anche di privatizzazione, che vadano nell’interesse dei cittadini e dell’economia. Crediamo che l’industria pesante debba essere di proprietà statale, mentre in quella leggera esiste spazio per l’iniziativa privata – purché lo Stato abbia un ruolo di supervisione e controllo”.

Il partito è fautore di un ritorno assertivo della Russia nelle sue tradizionali sfere d’azione in politica estera, promuovendo al contempo una maggiore centralizzazione delle strutture di governo al suo interno. È risolutamente contrario alla riproposizione di una qualche forma di ‘Unione’ con i confinanti e storici alleati, segnatamente Bielorussia e Ucraina (anche qui in contrasto con il KPRF). Žirinovskij ha recentemente puntualizzato che il suo movimento vede in queste lusinghe ‘neo-unioniste’ il pericoloso riproporsi della politica sussidiaria dei tempi dell’URSS, in cui un ingente flusso di denaro fluiva dal centro alle periferie dell’impero.

Il Partito Liberal-Democratico è molto identificato nel suo leader (fattore probabilmente più di debolezza che di forza), i cui interventi sortiscono sempre un certo effetto nell’opinione pubblica; un paio di settimane fa ha duramente attaccato i parlamentari (un comunista e due di Spravedlivaja Rossija) che hanno incontrato il neo insediato ambasciatore USA a Mosca Michael McFaul. Nel suo consueto stile icastico, il colonnello ha affermato che i tre politici “dopo aver incontrato i leader dell’opposizione di piazza, si sono recati uno a uno all’ambasciata di un Paese straniero che sta preparando una guerra contro di noi”. Non soddisfatto, ha lanciato i suoi strali anche contro il nuovo ambasciatore, personaggio per inciso estraneo al mondo diplomatico e in precedenza assistente del Presidente nel National Security Council per gli affari Russi ed eurasiatici. Ergo, secondo Žirinovskij, nominato ambasciatore più per la sua esperienza nelle passate ‘rivoluzioni colorate’ est-europee che per sue particolari attitudini verso il gigante eurasiatico.

Il partito ha una storia elettorale peculiare; ha vinto con il 23% dei voti le prime elezioni libere del 1993. È poi crollato fino al 6% dei voti del 1999 e da allora è tornato stabilmente a crescere nelle tre tornate successive arrivando all’11,67% del 4 dicembre scorso. Nelle recenti proteste di piazza ha avuto un coinvolgimento piuttosto marginale. Durante le ultime manifestazioni del 4 febbraio, i liberaldemocratici si sono defilati dal raduno maggiore preferendo un concentramento in Puškinskaja ploščad. Le tremila persone convenute (cinquecento per le forze dell’ordine) hanno assistito agli affondi di Žirinovskij nei riguardi dei suoi principali competitor alle elezioni presidenziali, in un compendio del suo programma politico: “Prohorov ha rubato le nostre fabbriche (accusa comune per gli oligarchi che hanno accumulato ingenti fortune durante le privatizzazioni selvagge dei primi anni ’90, ndr) e vuole farsi eleggere presidente per conservare il maltolto, proteggendo i criminali ricchi suoi simili. Putin sostiene il Caucaso, mentre Mironov e Zjuganov sono le vestali dell’ideologia di sinistra. E chi difende il russo (russkij, nel suo intervento. Cioè l’etnicamente russo. Non si parla del rossijanin, ovvero il cittadino della Federazione a prescindere dalla sua etnia, ndr), la Nazione, la Russia? Solo che io sto qui innanzi a voi”.

Le critiche maggiori al partito, oltre quanto già esposto sulla sua eccessiva personalizzazione e sulla sua ideologia a tratti estremista, si concentrano sulla delicata tematica del rapporto fra questo e il partito egemone. Alcuni analisti politici fanno notare che il Partito Liberal-Democratico non è in realtà un partito di opposizione, rivestendo piuttosto un ruolo attivo nel sistema di potere russo – tesi suffragata tra l’altro dalla sua scarsa integrazione con gli altri partiti, scesi in piazza nelle proteste ‘decabriste’ e dai continui attacchi di Žirinovskij agli altri leader accusati a vario titolo di “intelligenze con il nemico”. Il partito assolverebbe il ruolo di catalizzatore per convogliare le frange estreme dell’elettorato in movimenti controllabili dall’alto. In ultima analisi, avrebbe quindi la funzione di cartina di tornasole per misurare il livello di tensione sociale e di pulsioni autoritarie in seno alla cittadinanza. Strumento di misurazione estremamente necessario nella tormentata fase inter-elettorale attraversata dalla Federazione Russa.

© Rivoluzione Liberale

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