Il riformismo non è una passeggiata. È la più dura e rischiosa sfida che si possa ingaggiare. È l’idea di armonizzare crescita e giustizia sociale, diritti e qualità della vita delle persone, democrazia e legalità. Non c’è più tempo nel nostro Paese di furbizia e personalismi. Il riformismo è coraggio, anche nel dire parole scomode. Ma per fare ed attuare le misure necessarie affinché si creino le condizioni di base per un riformismo vero e reale, occorrono unità di intenti e forte coesione sociale. Ed è proprio questo che ancora una volta viene a mancare in Italia.

Siamo di fronte ad un movimento sindacale al tramonto nel suo modo di essere e di agire, la globalizzazione non è qualcosa che alcuni hanno inventato per propri interessi per fregare quelli di altri, ma la risposta sindacale è sempre la stessa con i loro tribuni ed un modo particolare quelli della CGIL con la FIOM (il sindacato dei metalmeccanici) rigido nei propri costumi paleoindustriali, diventando di fatto un baluardo della conservazione, opponendosi a qualsiasi mutamento delle relazioni industriali.

Lo scontro di qualche anno fa alla FIAT con gli accordi innovativi di Pomigliano e Mirafiori, ha dimostrato che cambiare si può in una logica di mediazione e di scambi tra produttività e remunerazione, togliendo qualche privilegio che consentiva l’innalzamento della percentuale di assenteismo nei posti di lavoro. A fronte di tutto ciò l’A.D. della FIAT Marchionne è stato bollato dalla segretaria generale della CGIL, la Camusso “antidemocratico e autoritario” ed accusando anche le organizzazioni sindacali CISL e UIL come sindacati aziendalisti “sindacati gialli” (dicembre 2010). Marchionne rispondeva a tali accuse: “la mia sfida per la nuova FIAT, salari tedeschi ed azioni agli operai”. Certo è che nella Mitteleuropa post-moderna si applicano delle relazioni industriali all’avanguardia e capaci di affrontare le situazioni di crisi come quella che qualche anno fa scoppiò alla Volkswagen, dove il sindacato IgMetal (il potente sindacato dei metalmeccanici tedeschi) scelse la salvaguardia del posto di lavoro con la riduzione dell’orario di lavoro. Il Jobpacket che una serie di proposte che la IgMetal sottoposero ai responsabili dell’azienda automobilistica tedesca, ha consentito alle parti di affrontare la crisi dandosi una scadenza fino al 2012. Via via nel tempo si è verificato in quelle fabbriche un incremento della produttività aziendale perché il mercato ha risposto positivamente al loro prodotto auto. Oggi un operaio tedesco ha un salario pari a 2700€ lorde al mese senza considerare assegni familiari e straordinari vari.

È possibile trasportare il modello tedesco in Italia? Il Sindacato italiano è ancora troppo eterogeneo nelle scelte e negli obiettivi, di fronte alle nuove sfide e per cui non riesce a dare nuove risposte. Il 14 ottobre del 1980 a Torino si verificò la marcia dei 40000 lavoratori Quadri, dirigenti ed operai della FIAT mettendo fine ai 35 giorni di sciopero e di serrata ai cancelli della fabbrica torinese, durante la prima grande vertenza FIAT dell’era anni ’80. Ma i corsi e i ricorsi della storia sono un dato reale, e a Pomigliano nel giugno del 2010 in occasione del referendum indetto dalle organizzazioni sindacali sull’accordo innovativo, ma ritenuto capestro dalla FIOM-CGIL, si verificò una marcia uguale a quella di allora, obiettivo fu quello di sensibilizzare l’opinione pubblica per la valenza che quell’accordo aveva non solo per la salvaguardia dei 5200 posti di lavoro ma bensì anche per lo sviluppo dell’economia di quel territorio.

Oggi siamo di fronte ad una proposta che il Governo Monti fa per la riforma del mercato del lavoro, lasciando intravedere il contratto unico per tutti i lavoratori protetti e precari e quindi più tutele ma più flessibilità da introdurre nel mercato del lavoro. La filosofia sembrerebbe quella di dare all’intero mondo del lavoro un sistema articolato di garanzie superando di fatto le applicazioni delle norme per tutte le aziende siano esse fino a quindici dipendenti e siano esse superiori a tale organico, tutto ciò comporterebbe di fatto una modifica nell’interpretare l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori ovvero i licenziamenti per giusta causa. Questa posizione del Governo Monti ha di fatto ricompattato tutte le organizzazioni sindacali facendogli assumere una posizione da anni ’70, anche se il Governo insiste nel procedere in due fasi: la prima agirebbe per ridurre le forme di precariato più gravi, la seconda quella più spinosa per la diffusione delle tutele a tutta la platea dei lavoratori italiani.

Noi pensiamo che comunque la questione vada affrontata senza guardare al modello Danimarca, il contratto unico può essere una soluzione coniugando lo stesso con l’insieme delle norme che regolano il nostro mercato del lavoro e il nostro stato sociale con metodi ed azioni riformiste.

Comunque questa resta ad oggi un tema ed una questione su cui bisognerà  ritornarci sopra, alla luce degli sviluppi e degli eventi relazionali e politici. Una cosa oggi ci sentiamo di affermare per il bene dell’Italia, occorre gettare le basi per una politica di rilancio riformista nell’interesse più generale del Paese.

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