Il 15 marzo 2011 Lactalis possedeva il 3% del pacchetto azionario di Parmalat, il giorno dopo era al 5%, il 17 marzo, giorno del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, ha dichiarato di avere l’11,4% ed oggi e’ arrivata al 29,9%. Ovvero appena al di sotto di quel 30% che obbligherebbe la società a un’offerta di pubblico acquisto, reputata troppo onerosa, ma piu’ che sufficiente per avere voce in capitolo sul controllo amministrativo dell’azienda.

Negli ultimi giorni si sono susseguiti frenetici gli aggiornamenti sulla situazione, dai commenti dei politici italiani (la preoccupazione del Ministro Romani e la certezza del Ministro Bossi che Parmalat resterà italiana), ai tentativi di cordata italiana con Ferrero e Granarolo, all’apertura di un fascicolo in Procura per un possibile reato di aggiotaggio, alla proposta del Ministro Tremonti di un decreto “salva-Parmalat” per rendere più difficoltosa la scalata e prevenire il ripetersi, un domani, di simili assalti a grandi aziende italiane dei settori per noi più strategici.

Di certo, la presenza di capitale straniero in aziende italiane non è una novità, ed è anzi normale nello scenario finanziario internazionale, cosi come è “economicamente” normale che una grande azienda sfrutti la debole situazione patrimoniale di un’altra per assorbirla, nei limiti stabiliti dal controllo Antitrust, specie considerando i grandi vantaggi ottenibili dalle economie di scala (ossia una forte diminuzione dei costi marginali all’aumento della produzione).

Ciò che spaventa invece è che un altro “campione italiano” nel settore latteo-caseario sia sotto il controllo di un paese straniero. Era il 1997 quando Lactalis (che si chiamava ancora Besnier) acquisiva la Locatelli, nel 2003 è toccato ad Invernizzi, nel 2005 a Cademartori e nel 2006 a Galbani. Tra i marchi comprati troviamo anche Vallelata. Insomma, ormai la maggioranza delle aziende italiane del settore che negli spot alla tv recitano la loro italianità come garanzia di qualità e affidabilità, non sono realmente italiane.

Se Lactalis ha affermato che per la Francia l’alimentare non è un settore strategico, di certo lo è per noi, con un fatturato di 124 miliardi nel 2010, più di 400.000 addetti e il secondo posto nella classifica dei comparti produttivi per fatturato (secondo solo al settore metalmeccanico). Basti considerare che le sole esportazioni del settore (di cui l’80% sono prodotti di marca) rappresentano circa il 7% delle esportazioni nazionali totali.
Ecco allora che si grida (forse in ritardo) alla necessità di salvare le grandi aziende del settore, per mantenere il controllo strategico, per salvaguardare i lavoratori da un temuto smembramento aziendale e per rassicurare i produttori del Nord Italia da cui oggi Parmalat acquista il latte ma che domani potrebbero trovarsi senza più ordini, perché il latte francese alla produzione costa molto meno di quello italiano.
Se e come questa situazione possa evolversi, adesso che sono entrati in campo la politica e la propaganda degli interessi nazionali, è difficile da dirsi.

Bisogna però considerare che il valore delle azioni Parmalat è sceso non poco, segnale che il mercato crede ormai che la situazione non avrà molti colpi di scena.
D’altronde, Lactalis non intende vendere la quota acquistata, per cui qualsiasi soluzione non potrà che avere il sapore di un amaro compromesso.

CONDIVIDI