Si celebra oggi la “Giornata internazionale contro l’uso dei bambini soldato” indetta dalle Nazioni Unite. Negli ultimi decenni, la proporzione delle vittime civili dei conflitti armati è aumentata in modo esponenziale; sembrerebbe essere arrivata al 90% delle vittime totali. Circa la metà di queste vittime civili sono bambini.

Venti milioni di bambini (purtroppo potrebbero essere di più, è quasi impossibile avere dati certi in questi casi) sono stati costretti a fuggire da casa per via dei conflitti e della violazione dei diritti fondamentali e vivono come rifugiati nei Paesi vicini o come profughi nel loro Paese. Nel corso dell’ultimo decennio, i conflitti armati hanno ucciso due milioni di bambini: esecuzioni, pallottole vaganti, mine anti-carro, bombe. E sono tre volte più numerosi – almeno 6 milioni – quelli che hanno subìto un’invalidità permanente. Più di un milione di bambini è rimasto orfano o è stato separato dalla famiglia. Ogni anno tra gli 8mila e i 10mila bambini vengono mutilati o uccisi dalle mine.

Secondo le Nazioni Unite, a oggi sono 300mila i bambini soldato – maschi e femmine che hanno meno di 18 anni – coinvolti in più di trenta conflitti sparsi per il mondo. Sono utilizzati come combattenti, corrieri, facchini, cuochi e per fornire ‘servizi’ sessuali. Alcuni vengono reclutati con la forza o rapiti, altri si arruolano per fuggire alla povertà, ai maltrattamenti o alla discriminazione, oppure per vendicarsi degli autori di abusi sulla loro persona o su altri membri della loro famiglia.

Nel 2002 è entrato in vigore il Protocollo facoltativo relativo ai Diritti del bambino concernente la partecipazione di ragazzini nei conflitti armati. Vieta il coinvolgimento nelle ostilità ai ragazzi di meno di diciotto anni. Oltre a esigere che gli Stati coinvolti portino a diciotto anni l’età per il reclutamento obbligatorio e alla partecipazione diretta ai combattimenti, il Protocollo impone di spostare il limite minimo dei quindici anni per il reclutamento volontario. Durante i conflitti armati, ragazzine e donne sono minacciate di stupro, violenza, sfruttamento, tratta, umiliazione e mutilazioni sessuali. L’utilizzo dello stupro, così come ogni altra forma di violenza contro le donne, fa ormai parte di una strategia utilizzata da tutte le componenti in conflitto. Le inchieste sul genocidio commesso in Rwanda nel 1994 hanno concluso che quasi tutte le donne di più di dodici anni sopravvissute al massacro erano state violentate. Durante il conflitto nell’ex-Jugoslavia, si è calcolato che più di 20mila donne erano rimaste vittima di violenze sessuali.

Quasi un terzo dei venticinque Paesi dove vive la maggior parte dei bambini resi orfani dall’AIDS è stato coinvolyo negli ultimi anni da conflitti armati. Sette dei dieci Paesi a più alto tasso di mortalità tra i bambini di meno di cinque anni sono in guerra. I bambini coinvolti in guerre o guerriglie devono continuamente far fronte a eventi che li coinvolgono violentemente, sia a livello psicologico sia a quello emotivo, come la morte di un parente, la separazione dalla famiglia, il fatto di aver visto uccidere o torturare i propri cari, l’esposizione ai combattimenti, i bombardamenti, i maltrattamenti, l’arresto, la detenzione, la tortura, la fine della quotidianità, la privazione di un avvenire.

Sia in Asia, in Africa o in America Latina le guerre fanno dei bambini facili bersagli. Dovrebbero stare sui banchi di scuola, giocare con i fratelli e le sorelle, avere degli amici, vivere l’innocenza dell’infanzia. Ma qui non è il caso. Loro sono i bambini-soldato e appena ‘arruolati’, per volontà o con l’inganno, la loro vita è stravolta in un attimo e la loro infanzia diventa un lontanissimo ricordo.  Il 12 febbraio si celebra la Giornata Internazionale dei Bambini soldato, cioè giorno che vede la nascita del Protocollo facoltativo adottato dall’ONU e firmato da 123 Stati, documento che ha voluto in qualche modo cercare di inquadrare e controllare giuridicamente il problema. Dal settembre 2010 poi, novantacinque Stati hanno a loro volta firmato gli Impegni di Parigi che hanno come obiettivo proteggere e reinserire nella loro famiglia o nella loro comunità i bambini coinvolti dalle guerre. L’Unicef lavora incessantemente alla sensibilizzazione della comunità internazionale sulla sorte di questi bambini resi molto vulnerabili.

Le Nazioni Unite, l’Unicef e i suoi partner intervengono nel processo di liberazione e reinserimento nella vita civile di un gran numero di questi bambini. Qualche volta sono i ragazzini stessi che riescono a scappare e tornare a casa. Ma invece di ritrovare il calore di una famiglia si ritrovano costretti a lottare per farsi accettare nuovamente dalla famiglia e dalla comunità. Le ragazze soffrono maggiormente questa situazione. Quando le loro famiglie capiscono che i figli che portano in grembo o appena nati sono frutto di una violenza, avvenuta mentre erano ‘arruolate’ in qualche sedicente esercito, vengono stigmatizzate per sempre. Ma malgrado quello che hanno vissuto, questi bambini sono capaci di riconquistare una dimensione senza violenza. Se ricevono l’aiuto e gli incoraggiamenti necessari, possono riprendere ad amare la vita. Ricordiamoci anche di loro.

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