Lo scorso 5 gennaio il Presidente Usa Barack Obama ha presentato il nuovo piano strategico del Pentagono, Progetto esposto in un dossier dal titolo Sostenere il predominio globale degli USA per la difesa del XXI secolo. Obama ha assicurato che l’era delle lunghe guerre che ha caratterizzato l’ultimo decennio, sarebbe finita. Piccola, velata, ammissione del fallimento della bellicosa strategia dell’era Bush o semplice diversivo per mettere a tacere chi afferma che dietro le sollevazioni che hanno portato la Primavera Araba ci siano gli Stati Uniti,  che hanno orchestrato tutto per salvaguardare gli interessi economici nella regione? Cina e India, due Paesi emergenti ma molto attivi in Medioriente e Africa cominciano a essere una presenza ingombrante e pericolosi antagonisti, soprattutto dal punto di vista economico.

La svolta strategica di Obama porterà a un relativo ritiro dal Levante (Iraq e Afghanistan), relativo perché rimarrà una base importantissima in Kuwait e ci sarà la presenza super-concentrata di portaerei nel Golfo Persico. Le forze verranno redistribuite nella regione Asia-Pacifico volte ad accerchiare la Cina. Si tratta di una regione che conta trentanove Paesi, fra i quali due ‘giganti’ come Cina e India, regione nella quale gli Usa cercano alleanze nella prospettiva di un’associazione strategica a lungo termine, per stabilire una solida base economica regionale che rafforzi la sicurezza in tutta la zona bagnata dall’Oceano Indiano. Tutto ciò sullo sfondo della crescita della Cina e della preoccupazione che suscitano le sue velleità strategiche, ma non solo. C’è anche l’incognita-sicurezza intorno alla penisola coreana sottoposta alle condizioni dettate dalla ‘nuova’ Corea del Nord.

Dopo quasi undici anni trascorsi dall’11 Settembre, Obama ha cambiato pagina? La lotta al terrorismo non è più giustificata? In effetti la morte di Osama Bin Laden sembra autorizzare oggi gli States a dialogare in Egitto con i Fratelli Musulmani e i salafiti (fondamentalisti islamici), permettendo alle proprie truppe di ‘tornare a casa’ lasciando parzialmente scoperta anche l’Europa. Gli Usa forse non invaderanno più, via terra, due Paesi alla volta, ma hanno tutte le possibilità di farlo in maniera ‘pulita’, dall’alto, con armi sempre più sofisticate e disumane. Naturale che la Cina sia sempre più tesa. Di là della nuova corsa agli armamenti, alla Cina non è mai andata giù l’entrata degli americani nell’Associazione Trans-Pacifica (TPP), nata per sottrarle ‘elegantemente’ la supremazia commerciale e che vedrebbe oggi, dopo il rinsaldarsi degli accordi del novembre scorso, opporsi TPP a Brics. Non stupisce che con la crescente influenza della Cina nell’economia mondiale e la sua capacità sempre più importante in campo militare (anche se in realtà il tutto è avvolto nel mistero per noi ‘occidentali’), la rivalità tra i due Stati si stia inasprendo. La risposta di Pechino alla nuova strategia di difesa Usa è stata abbastanza glaciale. Il Governo cinese ha definito “infondate” e “dubbie” le motivazioni che hanno portato la difesa americana a prendere una tale direzione geostrategica: “Una vera sfida lanciata alla Cina”.  E mentre tutti gli sguardi convergevano verso la Libia, l’Egitto, Israele, la Siria, l’Iraq, l’Iran, l’Afghanistan, quasi nessuno ha prestato attenzione alle nuove alleanze strategiche in Estremo-Oriente.

A metà novembre scorso Obama visitava un certo numero di Paesi asiatici, tra i quali Indonesia e Australia. Apparentemente viaggi di routine diplomatica, anche se poi da uno di questi viaggi di ‘routine‘ è nato un accordo militare che fa dell’Australia la terza portaerei americana del Pacifico dopo Giappone e Corea del Sud. Nel frattempo Hillary Clinton – Segretario di Stato americano – si recava, dopo cinquantaquattro anni di ‘freddo’, in Myanmar (Birmania) e nelle Filippine. Le Filippine hanno da anni problemi con la Cina per via di alcune ‘isolette’ nel Mar della Cina meridionale, volutamente chiamata dalla Clinton nel suo discorso ufficiale, “Mar delle Filippine occidentali”. Il problema del Mar della Cina non è banale come sembra perché per Pechino è una via fondamentale per il trasporto del petrolio dal Medioriente e uno snodo strategico vitale. La sua dimensione geostrategica è di tale importanza che spesso è definito il “secondo Golfo Persico”. Stranamente il Segretario di Stato, tanto attenta ai ‘dettagli’ non ha aperto bocca sugli altri problemi territoriali delle Filippine, problemi che si chiamano Malesia, Indonesia e Vietnam. In questo tour diplomatico gli Stati Uniti hanno anche cercato di consolidare la collaborazione militare con Singapore, Tailandia e Vietnam. Per i primi due si tratterebbe solo di continuare un’alleanza viva dal 1945, ma per il Vietnam sarebbe una grande novità. Anche perché lo Stato del sud-est asiatico, di là del falso mito dei  khmer rossi, ha sempre avuto un rapporto di amore e odio con la Cina.

La Cina ha ragione di sentirsi chiusa in una morsa a tenaglia? Abbiamo visto che il dispiegamento di forze americane in Asia non ha solo implicazioni geopolitiche, ma anche motivazioni economiche. La creazione della TPP ha come obbiettivo di creare la più grande zona di libero scambio del mondo. Pechino deve rivedere il suo atteggiamento se vuole entrare a far parte del gioco dal quale trarrebbe grande vantaggio, anche se le azioni di squadra non gli sono mai piaciuti. Se la Cina vuole conquistare il mondo, deve imparare a sembrare più ‘simpatica’. La sua diplomazia deve dispiegare tutto il suo talento per mitigare l’influenza americana in Asia, deve diventare affabile come lo sono gli americani che riescono a conquistare tutto e tutti con una stretta di mano e una pacca sulla spalla. Il Segretario di Stato, Dai Bingguo, uno degli uomini di punta della diplomazia cinese è già stato in Myanmar per vedere se poteva rimettere in piedi una delle più antiche alleanze. In questo Paese tagliato fuori dal mondo per anni, la Cina si è costruita una posizione dominante, in tutti i campi e con tutti i mezzi, leciti e no. Si capisce perché l’apertura agli americani sia stata uno shock. Anche il vice Presidebte Xi Jinping si è mosso, recandosi in Vietnam e Tailandia, quest’ultima da sempre pro-americana ma ultimamente sensibile ai canti delle sirene cinesi.

La Cina ‘antipatica’ non ha paura, per niente. L’hanno dimostrato il suo pugno di ferro all’ONU nel dare il veto alla Risoluzione contro la Siria (anche se dichiara di voler giocare un ruolo positivo nel trovare una soluzione appropriata alla questione), la sua ‘amicizia’ con l’Iran e l’imposizione dello Yuan e dell’oro come moneta di scambio con il petrolio, il ‘regalo’ all’UA (una sede nuova fiammante) che denota quanto potente sia in Africa, altro terreno conteso agli Usa. Senza sottovalutare che annovera tra i suoi contatti la silente ma non per questo poco importante Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (OCS), che vede come padrini Cina e Russia, e che piace anche a Paesi come l’Iran, il Pakistan e la Turchia. Ci sono poi i rapporti sempre più stretti con l’UE, grazie alla Signora Merkel stimata dai cinesi per aver mantenuto un basso profilo durante la guerra in Libia, essersi dimostrata discreta nella decisione da prendere all’ONU, non aver permesso alla Germania di perdere la sua tripla A e soprattutto per aver intuito che, dopo il veto di Russia e Cina i rapporti di forza stanno cambiando, BRICS e OCS cominciano a svegliarsi. Quest’anno ci saranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti e una nuova Amministrazione prenderà le redini della Cina. Poco probabile che le relazioni cino-americane facciano grandi progressi nel 2012. Ma la visita di Xi Jinping a Washington il 14 e 15 febbraio prossimi sarà comunque carica di colloqui su questioni importanti, in un momento storico che vede molta incertezza nello sviluppo dei rapporti, sia a livello regionale che mondiale. Chi dominerà il XXI secolo? Eisenhower definiva la potenza di un Paese come il prodotto di tre fattori: potenza economica, potenza militare e potenza morale. Se uno di questi valeva zero, pure il prodotto lo era. Viene la tentazione di applicare la ‘legge di Eisenhower’ al nostro mondo e ai suoi maggiori attori: America, Cina, Europa (o forse è più giusto dire Germania?). Ci piace pensare che ‘vincerà’ lo Stato (anzi gli Stati) che riuscirà a tornare a una vera etica della politica.

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