Al momento della formazione del Governo Monti, esprimemmo su queste colonne soddisfazione per la scelta dell’Ammiraglio Di Paola a Ministro della Difesa. Questa soddisfazione non nasceva soltanto da una lunga amicizia e stima personali, ma anche da una considerazione di fondo: in momenti in cui occorre una forte carica innovativa, serve una persona che venga dal di dentro del sistema e ne conosca fino in fondo le possibilità e i limiti e non trovi lo sbarramento a priori della corporazione. Di Paola é questa persona e lo sta dimostrando con le proposte di tagli e ridirezione delle spese della Difesa, che richiedono una profonda revisione di abitudini e interessi consolidati nel tempo. Il Ministro ha posto, da esperto, il dito sulla piaga: non é che l’Italia spenda troppo per la Difesa (di fatto, abbiamo percentuali di spesa tra le più basse del mondo occidentale), ma spende male. Spende, cioè, troppo (il 70%) per il personale e troppo poco per i materiali. E per di più, il personale e la relativa spesa, sono anormalmente squilibrati a favore dei gradi alti (generali e colonnelli) di cui abbiamo un numero grandemente eccedentario.

Di Paola si propone di riequilibrare la situazione, preservando la consistenza delle forze combattenti ma riducendo drasticamente i gradi alti, investendo in cambio su addestramento e materiali. Ci voleva notevole coraggio a proporre una riforma del genere, che va contro gli interessi e le attese umanamente comprensibile di decine di migliaia di ufficiali, e ancora più coraggio a rivedere una diminuzione sostanziosa anche di certi programmi di armamento, riducendo gli acquisti di aerei da combattimento e di mezzi per la Marina.

Ma a questo punto si apre un problema di fondo. Si legge qua e là (e si ascolta anche in programmi normalmente seri della TV di Stato) che nelle condizioni finanziarie attuali l’acquisto di nuovi aerei da combattimento, pochi o molti, sarebbe comunque una follia. Prescindiamo dalla questione se conveniva abbandonare gli Eurofighter a favore degli F114 americani: la disputa risale agli inizi del millennio e contribuì a motivare le dimissioni del Ministro degli Esteri Ruggiero, favorevole agli aerei europei. Ma la scelta fu fatta, e ampiamente motivata, per ragioni, sia di qualità tecnica che di costo (un costo, ricordiamolo, spalmato su più di dieci esercizi finanziari).

Veniamo invece al punto centrale: abbiamo o no bisogno di nuovi mezzi aerei di questo tipo? Per rispondere bisogna porsi tre ipotesi: la prima se viviamo in un mondo ideale, un mondo di pace e di fratellanza universale, non ci saranno più guerre, né crisi regionali che ci minaccino da vicino, nel Mediterraneo o nel Medio Oriente, né altri rischi per il nostro territorio; la seconda, di fronte a eventuali crisi, il meglio è essere inermi, perché comunque difenderci sarebbe inutile e nessuno avrebbe così motivo di attaccarci preventivamente (non sorridete, questa tesi fu sostenuta a spada tratta dal vecchio PC al tempo degli euromissili). Se queste ipotesi fossero esatte, il problema non sarebbe perché dotarsi di nuovi aerei, ma perché mantenere del tutto le Forze Armate. Imitiamo il Costarica, che vi ha rinunciato, e affidiamo  la nostra sicurezza all’ONU, o magari alla Comunità di Sant’Egidio. Ma c’é una terza ipotesi, più insidiosa: da soli non siamo in grado né di condurre operazioni di peace-keeping di grande portata, né di difenderci da seri attacchi esterni, ma tanto a farlo per noi saranno i nostri Alleati, Europa e Stati Uniti. E allora, perché spendere soldi inutili? Il bello è che questa tesi serpeggia inconfessata proprio tra quelli che più si oppongono a qualsiasi alleanza militare occidentale. Ora, che operazioni militari di seria portata richiedano un quadro di forze che va al di là di quello nazionale, non vi é dubbio e per questo esistono la NATO e la nascente difesa europea. Ma dentro queste indispensabili cornici, l’Italia ha assunto obblighi che non può disattendere e deve svolgervi la parte che corrisponde al suo peso demografico e finanziario. Non farlo, ci porrebbe in una posizione di insostenibile inferiorità e debolezza politica e a serio rischio di essere lasciati a noi stessi.

Il tema di una difesa credibile, al di là dei suoi evidenti aspetti legati alla sicurezza del Paese, è del resto legato strettamente a quello della politica estera. Vogliamo e dobbiamo svolgere nel mondo, per la elementare difesa dei nostri interessi, un ruolo degno di noi. Tutti i Governi della c.d. “Seconda Repubblica” lo hanno capito e hanno agito in conseguenza e il Governo Monti ha in più il valore aggiunto della riconosciuta serietà e del prestigio di chi lo guida. Le prove di questo sono tante: gli incontri europei a tre, l’accoglienza e le parole di Obama,la copertina del Time. So bene che negli incontri internazionali tra Paesi amici e nelle dichiarazioni successive c’é sempre almeno un 50% di cortesia obbligata (mi ha fatto un po’ sorridere sentire Obama dichiarare che i rapporti tra Italia e Stati Uniti non sono stati mai così buoni: nel corso della mia carriera, l’ho sentito proclamare come minimo venti volte); ma che l’atmosfera attorno a noi sia cambiata, rispetto ai tempi di Berlusconi e anche di Prodi, a favore di un nuovo tipo di considerazione e di rispetto, non vi é dubbio e se nient’altro avesse fatto il Presidente Monti, anche solo per questo dovremmo apprezzarlo. E tutto questo non si traduce in semplice prestigio “decorativo” (caro ai diplomatici di mestiere e a qualche giornalista o politico) ma in una accresciuta capacità di influire direttamente sui nostri vitali interessi nazionali. Chi questo non lo capisce, e non capisce che vi é un prezzo da pagare, anche in termini di credibilità ed efficacia militare, fa prova di un inguaribile qualunquismo o – stile Lega o IDV – di un provincialismo che fa paura.

Due considerazioni finali su questi temi. La prima é questa: in tutti i governi precedenti, senza eccezione, indipendentemente dalla qualità dei vari Ministri, ognuno di essi agiva nell’ambito del proprio Dicastero come un proprietario feudale, attento a difendere le proprie competenze e il proprio bilancio e teso a conquistare sempre più risorse. Nel Governo Monti, risulta evidente che si lavora in squadra, tutti con lo stesso obiettivo e pronti ciascuno a sacrificare un parte del suo, e questa é una benvenuta (e speriamo durevole) novità. E a proposito, che aspetta Giulio Terzi a mettere mano a uno snellimento e razionalizzazione della nostra rete diplomatico-consolare? I risparmi sarebbero modesti, rispetto al bilancio nazionale, ma sarebbe un ulteriore segno di responsabilità.

La seconda considerazione è che, pur spendendo poco in termini relativi per la Difesa, spendiamo sempre più di quello che potremmo spendere se i Paesi dell’Unione Europea, o almeno dell’Eurozona (o al minimo, un forte nucleo centrale di essi) mettesse finalmente in comune risorse e capacità militari, realizzando così economie di scala che non é illecito calcolare tra il 20 e il 40%. Per molto tempo, l’aspirazione a stringere maggiormente i legami di una difesa europea comune é sesta ostacolata dalla resistenza anglo-americana. Oggi questa resistenza, perlomeno da parte degli Stati Unti, pare scomparsa. Mi sembra il momento di portare avanti con decisione un’iniziativa a questo fine. Già negli anni 90, l’Ammiraglio Di Paola, allora Capo dell’importantissimo Ufficio IV dello Stato Maggiore Difesa, vi era sensibile. Ecco un ulteriore terreno d’azione per un Governo che ha riacquistato peso e prestigio in Europa e che ha, da ogni punto di vista, militare compreso, le carte in regola.

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