Bertrand Arthur William Russell (1872-1970), matematico, logico e filosofo, sostiene che il compito della filosofia non è quello di risolvere i problemi dell’anima bensì di affrontare i problemi concreti degli uomini. In prima fila nelle battaglie progressiste del XX secolo – a favore del suffragio universale femminile nel 1916, contro il disarmo durante la Prima guerra mondiale, contro gli armamenti nucleari nel Secondo dopoguerra, contro la guerra americana in Vietnam negli anni della guerra fredda – paga con l’allontanamento dal mondo accademico e talvolta con il carcere le sue coraggiose scelte libertarie e pacifiste. Discute inoltre le ideologie politiche del suo tempo; si chiede cosa sia il potere e individua i limiti dello Stato; fa un’analisi critica della democrazia e ritiene che il mondo immaginato dagli utopisti sia perfetto ma, nel contempo, fermo, immobile e inadatto all’uomo. Per promuovere le sue idee di pace e libertà nel 1963 fonda l’Atlantic Peace Foundation, con compiti di studio e di ricerca, e la Bertrand Russell Peace Foundation contro la corsa agli armamenti e in favore dei popoli oppressi. Con l’appoggio di quest’ultima, nel 1966, durante la guerra in Vietnam, riesce inoltre a istituire un tribunale internazionale contro i crimini di guerra, il cosiddetto Tribunale Russell, che in seguito riconosce gli Stati Uniti colpevoli di genocidio in Vietnam.

Il pensiero politico di Russell s’inserisce nel solco del radicalismo libertario, volto ad assicurare all’individuo la massima libertà compatibile con un’armonica convivenza civile. Tale teoria evidenzia le iniquità e le ingiustizie prodotte dal capitalismo ma critica, ardentemente, anche il marxismo. Dopo un lungo colloquio con Lenin, Russel affermò: “Il settarismo e la crudeltà mongolica di Lenin mi gelarono il sangue nelle vene”. Nel saggio Democrazia e tecnica scientifica, confluito nel volume L’impatto della scienza sulla società (1952), denuncia il pericolo che l’uomo divenga un “semplice ingranaggio” del sistema. Per evitare ciò, è necessario che “qualsiasi persona” possa influire “sul governo di qualunque gruppo sociale del quale faccia parte”: non basta assicurare il diritto di voto a ogni cittadino, dando vita a un sistema di delega permanente, è necessaria una fitta rete di organismi di democrazia diretta che, partendo dal basso, salga fino ai livelli istituzionali più alti. Ogni unità produttiva dovrebbe poi far parte di una federazione più ampia, fino ad arrivare alla realizzazione di “un unico governo mondiale”, espressione di un federalismo non egoistico ma solidale.

Russell nega con decisione ogni metafisica. Egli, del resto, è figlio di un’epoca segnata dalla scoperta della teoria della relatività e di quella dei quanti, che hanno rifondato su basi probabilistiche la scienza. Ogni teoria scientifica è portatrice di una verità relativa, poiché essa può essere ampliata, trasformata o anche falsificata sulla base di nuove sperimentazioni. All’interno di questo scenario il Relativismo, avverso a ogni forma di dogmatismo, non si limita, come nei secoli passati, a dichiarare l’autonomia morale e razionale dell’uomo ma si estende alla pluralità delle culture e delle religioni che connotano l’identità storica di popoli diversi. Russell difende una società “multiculturalista” e “pluralista” della quale gli uomini hanno, molto spesso, scarsa cognizione: “Fino a poco tempo fa, tutti credevano che gli uomini fossero congenitamente più intelligenti delle donne; anche un uomo illuminato come Spinoza, partendo da questa convinzione, negava il voto alle donne. Gli uomini bianchi ritengono di essere superiori agli uomini d’altro colore; in Giappone, all’opposto, si crede che il giallo sia il colore migliore. Aristotele e Platone consideravano i greci tanto superiori ai barbari che lo schiavismo era giustificato purché il padrone fosse greco e gli schiavi fossero barbari”.

Russell crede fermamente nell’individuo e nella sua libertà d’iniziativa e conferisce alla sfera soggettiva un’importanza che predomina sui condizionamenti della realtà oggettiva. Di conseguenza l’essenza dell’uomo risiede nella libertà dello spirito, sulla quale Russell costruisce un immaginario “mondo di valori” in cui si afferma la morale personale: “Non esiste alcun modello esterno che ci indichi se la nostra valutazione è giusta oppure errata. Noi siamo gli assoluti e irrefutabili arbitri del valore, e nel mondo dei valori la natura è soltanto oggetto. Pertanto nel mondo dei valori noi siamo superiori alla natura”. Egli sostiene, inoltre, che “senza una morale civica le comunità periscono” ma “senza una morale personale, la loro sopravvivenza non ha alcun valore”. Auspica così una progressiva autodisciplina etica fondata su una libera autoregolamentazione dei propri desideri, che, partendo dalla comprensione e dal rispetto di quelli altrui, miri a ottenere un vantaggio comune attraverso la reciproca armonizzazione delle diverse individualità.

Lo stesso mondo sensibile è per Russell il punto d’incontro delle diverse prospettive individuali. Egli delinea così una costruttiva visione olistica dell’umanità ed afferma che l’educazione, in particolare,“dovrebbe inculcare l’idea che l’umanità è una sola famiglia con interessi comuni. Di conseguenza la collaborazione è più importante della competizione”. L’educazione, inoltre, “ha due scopi, da una parte forma lo spirito, dall’altra prepara il cittadino”, il buon’ cittadino, sociale, cooperativo e rispettoso delle leggi. L’individualismo può contribuire a delineare una filosofia utile alla società nel momento in cui ogni uomo pensa in maniera impersonale e rinuncia ad assumere un atteggiamento di superiorità con la consapevolezza che “in ogni cosa è salutare, di tanto in tanto, mettere un punto interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato”. In quest’ottica, in Una filosofia per il nostro tempo (1956), Russell afferma: “Quando avremo acquistato l’abito di pensare in modo impersonale, potremo osservare le credenze popolari della nostra nazione, della nostra classe sociale e della nostra setta religiosa, con lo stesso distacco con il quale osserviamo quelle degli altri. Scopriremo allora che le credenze nelle quali la gente persevera con la massima fermezza e con la più forte passione sono molto spesso le meno dimostrate […] Questa specie di conoscenza è molto utile come antidoto al dogmatismo, specialmente nel nostro tempo, in cui dogmatismi rivali rappresentano il maggior pericolo che minacci il genere umano”.

Uno dei mali più pervasivi della nostra epoca, sostiene Russell, “consiste nel fatto che l’evoluzione del pensiero non riesce a stare al passo con la tecnica, con la conseguenza che le capacità aumentano, ma la saggezza svanisce”. La sua è quindi una battaglia in nome della pace ma, soprattutto, a difesa dell’uomo, in nome della libertà. Libertà da un governo paternalistico perché per Russell la difesa della democrazia si esprime attraverso una critica radicale nei confronti di ogni forma di autoritarismo che minaccia la libertà individuale, nonostante riconosca la necessità di un controllo politico attivo, in grado di vigilare sul divario sociale ed economico. Russell distingue inoltre gli impulsi possessivi, che si riversano sui beni materiali, dagli impulsi creativi dei quali sono oggetto i beni mentali e spirituali ossia scienze, arti, saperi che non sono esclusivi, ossia non possono appartenere a una singola persona. Per Russell “la vita migliore è quella nella quale gli impulsi creativi recitano la parte più vasta e gli impulsi possessivi la più ristretta”. Le istituzioni politico-sociali dovrebbero, a loro volta, incoraggiare gli impulsi creativi e controllare quelli possessivi, alimentando così il rispetto per la natura creativa del singolo individuo, dalle forme più umili fino ai grandi capolavori. Russell sostituisce quindi uno spregiudicato laissez-faire, alimentato dagli impulsi possessivi, la libertà d’iniziativa individuale e afferma: “Che gli uomini capaci trovino sbocchi per i loro meriti”. Russell non sostiene comunque un socialismo di stato che giudica autoritario e liberticida, propone piuttosto un modello di Stato che, imponendo regole e ordine nelle relazioni tra le differenti organizzazioni autogestite di mestiere, crei le condizioni per cui “l’ingiustizia della povertà e l’ingiustizia della ricchezza dovrebbero ambedue divenire impossibili”.

Lo Stato migliore, quindi, è quello che garantisce agli individui la libertà dalla paura della povertà e concede piena libertà all’attività individuale favorendo, per il ‘bene comune’, il completo e soddisfacente dispiegamento della creatività e dell’originalità. Quest’ultime sono virtù soffocate dalle convenzioni sociali, dal conformismo e dallo “spirito di gregge”, i peggiori mali delle democrazie moderne condizionate, molto spesso, da credenze e stereotipi pre-giudiziali incrementati dal potere della maggioranza che può, a sua volta, opprimere e discriminare: “Il fatto che un’opinione sia ampiamente condivisa, non è affatto una prova che non sia completamente assurda”. Alle democrazie moderne spetterebbe dunque il pesante compito di controllare gli impulsi individuali possessivi e antisociali, incoraggiando gli impulsi creativi che garantiscono vitalità e progresso degli Stati. Questa è la concezione ultrademocratica di Russell, secondo cui lo scopo principale dei governi dovrebbe essere quello di mantenere la pace, assicurare a tutti condizioni di giustizia ed equità, garantire la collaborazione sociale fra i cittadini e, soprattutto, predisporre le condizioni politiche ed economiche affinché ogni uomo possa considerarsi libero e realizzato nella vita sociale. Secondo Russell una comunità è ‘buona’ se gli individui che la compongono esprimono al massimo le loro potenzialità; è fondamentale, quindi, salvaguardare e valorizzare l’unicità di ognuno perché “la maggiore condizione di progresso è la diversità degli esseri umani”.

Nonostante i momenti di sconforto (“forse una ben ordinata prigione è tutto ciò che la realtà umana si merita” scrisse) Russell combatte fino alla morte per la liberazione dell’uomo da povertà, ingiustizia e oscurantismo: libertà individuale, equità sociale, pacifismo, non-violenza e laicità sono i valori essenziali che hanno guidato il suo pensiero e la sua vita fondata sul sodalizio tra democrazia e scienza. Per Russell un uomo è completamente libero quando non è schiacciato dalle necessità economiche, dalle guerre, dai conformismi e dai dogmi. La libertà è libertà di realizzarsi esprimendo al meglio la propria individualità ma, nel contempo, Russell crede nelle passioni modificate dall’intelligenza e non dimentica i limiti dell’uomo.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Solo un’osservazione: la teoria della relatività è una teoria classica nel senso che resta deterministica. Celebre la frase: “Dio non gioca a dadi” con la quale Einstein ha ribadito fino all’ultimo il suo scetticismo nei confronti della meccanica quantistica.

    Lettura gradevole e istruttiva, come sempre del resto.

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