Mentre il nostro premier Mario Monti è riuscito con ostinazione nell’impresa di opporsi alla dissennata possibilità che Roma ospitasse le Olimpiadi 2020, evitando di gettare in pasto al magna-magna della partitocrazia cifre tanto smisurate quanto esiziali per le casse dello Stato, nella stessa Capitale, con molta più urgenza, s’ingrandisce e s’inasprisce la querelle sulla nomina di Marco Müller a direttore artistico della prossima edizione del Festival del Cinema capitolino.

Tutto è nelle mani del CDA, composto dal tandem di destra Alemanno-Polverini, che sostiene l’eccentrico Müller, e il duo di sinistra Zingaretti-Mondello, fermamente contrario a consegnare le chiavi del Festival al critico cinematografico di origine svizzera. Nel limbo degli astenuti-addivanati, e incollati con prodotti resistentissimi alla comoda poltrona, Carlo Fuortes, in rappresentanza della Camera di Commercio, e soprattutto Gian Luigi Rondi, storico giornalista-recensore del quotidiano Il Tempo e altrettanto storico amico della Piera Detassis che, dalla terza edizione cura ‘zoppicando’ il Festival. E che vorrebbe, ahinoi, viste le difettose organizzazioni passate, curare anche la prossima, mettendo forse d’accordo tutti, da destra a sinistra.

Si perché a Roma, quest’anno più che mai, le scelte artistiche rischiano di essere distorte, logorate, mortificate e subordinate a favori e a deliri politici, a brame personali e a benefìci da ottenere, mentre un po’ più al nord, in quel di Venezia, si lavora già come forsennati e in modo solerte. Alleggerendo a tre le sezioni della kermesse, snellendo così il pantagruelico Festival della tradizione Müller, il quale, dopo aver abbandonato con tempismo non così sorprendente la direzione lagunare, potrebbe trovarsi tagliato fuori anche a Roma.

Si tratta di due stili differenti, di due concezioni diametralmente opposte, di due maniere antitetiche di pensare l’arte e il cinema. Sia chiaro, non ci si aspetta dal Festival del Cinema di Roma di sfiorare i livelli di quello veneziano (sarebbe pura utopia solo pensarlo, per storia e tradizione), ma che almeno non passi dalla mediocrità delle edizioni passate al ridicolo, per colpa di impertinenti ed egoistici interessi made in politics.

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